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"In Italia vivono circa un milione di giovani figli di immigrati, che si sentono italiani, che vanno a scuola con i loro figli, che parlano il dialetto ma che il Paese ancora considera 'stranieri'. Ragazzi che pur essendo nati o cresciuti in questo paese, condividendone valori e cultura, la loro vita e la loro quotidianità sono legati ad un pezzo di carta che è il permesso di soggiorno".Intervista a Maruan Oussaifi, giovanissimo presidente di A.N.O.L.F. Giovani. Guarda il video. (Anna Laudati)

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Quanti anni hai, da quanti anni sei in Italia e qual'è il tuo paese di origine?
Mi chiamo Maruan Oussaifi, ho 24 anni sono nato a Frosinone da padre tunisino e madre italiana. Sono in termini sociologici una cosiddetta “seconda generazione” , un “meticcio”, un ponte tra due culture differenti.Per dirla tutta sono un italiano con un nome straniero. 

"Non siamo immigrati", è l'appello lanciato da ANOLF GIOVANI. Di cosa si tratta?
Questi giovani devono avere un “permesso” speciale dallo Stato per poter vivere in un Paese in cui sono nati e cresciuti, questi sono le contraddizioni di questo Paese, si tratta di una risorsa tutt’oggi inutilizzata perché discriminata e non valorizzata, una risorsa giovane sulla quale ancora non si è deciso di investire, “un capitale fermo”. L’appello che facciamo alle Istituzioni è ineludibile “non siamo immigrati, non veniamo da un altro paese e non abbiamo attraversato frontiere, siamo qui dall’inizio della nostra vita”. 

Qual‘è la condizione e la situazione dei giovani di 'seconda generazione'?
I figli dell’immigrazione vivono in una condizione d’incertezza perenne, una quotidianità influenzata dal possesso di un permesso di soggiorno che implica file estenuanti in Questura ed intrecci burocratici che non hanno mai fine. Immaginate un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che fin da piccolo frequentando le scuole si sente alla pari dei suoi coetanei, italiano come loro, ma a 18 anni come prevede il Testo unico sull’immigrazione si accorge di dover far richiesta di un permesso di soggiorno per poter continuare a vivere nel Paese poiché raggiunta la maggiore età deve distaccarsi “burocraticamente” dalla famiglia; insomma un trauma. Da quel momento preciso capisce che ha vissuto nell’illusione di essere italiano, che le Istituzioni lo considera straniero perché figlio di stranieri.

Difatti abbiamo una legge sulla cittadinanza, la Legge 91/92, in cui vige il principio dello “jus sanguinis”, significa che diventi italiano se hai almeno un genitore italiano, non importa se sei nato in Venezuela o in Marocco, diventi italiano per discendenza. Il fatto di esser nato o cresciuto da piccolissimo in Italia, aver frequentato tutte le scuole di ogni ordine e grado non è requisito essenziale per essere riconosciuto tale. Devi aspettare i tuoi 18 anni per poter far richiesta di cittadinanza ed hai tempo fino ad un giorno prima del compimento del diciannovesimo anno di età, dimostrare che hai risieduto ininterrottamente senza far uscita dall’Italia, insomma una procedura per l’acquisto della cittadinanza i cui requisiti sembrano fatti apposta per tenerli il più possibile “fuori”.

Una legge vecchia modificata nel lontano 1992, antiquata se pensiamo che risale al periodo fascista , momento storico triste per il nostro Paese, in cui il fenomeno dell’immigrazione non era visibile e che invece oggi conta quasi cinque milioni di immigrati di cui un milione sono seconde generazioni. Una normativa che non è al passo con i tempi di fronte ad un’Italia che ha visto mutare il suo tessuto sociale e culturale, in cui la politica non ha saputo affrontare concretamente questa sfida.

Chi non ha la cittadinanza italiana ha ad esempio difficoltà di accesso agli ordini professionali, non può votare, non può partecipare al servizio civile volontario nazionale (strumento formativo importante di ausilio sociale e civile) e se dipende da un permesso di soggiorno per motivo di studio o lavoro, ha continui limiti di spostamento visti i tempi lunghi d’attesa dei rinnovi. Diventa tabù nel momento in cui devi cercare un’occupazione, perché comunque hai sempre un nome e cognome straniero soggetto ai pregiudizi dei datori di lavoro, perché comunque sei sempre legato ad un pezzo di carta che attesta il permesso di vivere in questo Paese e che se vuoi lavorare hai tempo solo 6 mesi per la ricerca di un lavoro oltre il quale rischi di entrare nell’irregolarità. Nell’irregolarità? Si proprio così, rischi di far ritorno nel Paese di origine dei tuoi genitori che magari non hai mai conosciuto, non ne conosci lingua e cultura. Insomma ti trovi dinanzi ad una situazione di precarietà esistenziale, che invade l’anima.

Difficoltà che li rende cittadini di serie B rispetto ai loro coetanei con cittadinanza italiana, come figliastri o addirittura come parti estranee alla società, degli sconosciuti in territori dove sono cresciuti e dove diventano adulti, dei “giovani italiani con il permesso di soggiorno”.

Cosa cambiereste dell'Italia?
Vorrei un’Italia che veda nei giovani una risorsa indispensabile, non strumentalizzata dalla politica solo per questioni elettorali e propagandistiche, con vere politiche attive del lavoro e incintivi alle nuove assunzioni.

Vorrei un’Italia dove non ci sia più il povero che s’impoverisce e il ricco che si arricchisce.

Vorrei un’Italia in cui la scuola non sia luogo di divisione ma d’integrazione, migliorandone qualità e apprendimento.

Vorrei un’Italia in cui la politica non pensa ai propri interessi ma ai problemi della gente.

Vorrei un’Italia, in cui l’università sia autonoma e pluralista che premi il merito e sia accessibile per tutti.

Vorrei un’Italia in cui le differenze religiose ed etniche non siano motivo di paura e pregiudizio bensì una ricchezza culturale.

Vorrei un’Italia, dove tutti possano veramente partecipare e contribuire allo sviluppo sociale ed economico del proprio paese.

Insomma vorrei un’Italia giusta ed equa, che include. 

Ti senti italiano? Perché?
Mi sento italiano più di alcuni miei coetanei italiani (non voglio fare nomi) che rinnega l’italianità e l’unità nazionale, che non ha tifato Italia ai Mondiali di calcio, che non andrebbe al sud del Paese e ritiene la bandiera italiana, un sentimento di cinquant’anni fa. Mi sento italiano più di qualche partito politico che inneggia quotidianamente alla scissione nord/sud del paese. Insomma essere italiano per me oggi significa essere libero! Avere valori eterni come la solidarietà e la fratellanza. 

Cosa vorresti fare che attualmente non ti è permesso?
Sono una di quelle seconde generazioni “fortunate”, essendo figlio di coppia mista per la legge sono italiano. Posso votare, fare i concorsi pubblici, fare tutto ciò che un cittadino italiano ha il diritto di fare. Nonostante ciò nella mia vita di tutti giorni ho dovuto affrontare tanti pregiudizi e razzismi perché ho pur sempre un nome e cognome straniero, mi hanno molto condizionato ma non demoralizzato. Cosa vorrei fare? Far riconoscere i miei stessi diritti a giovani come me che però hanno entrambi i genitori non di origini italiane.

Cosa ti piace dell'Italia? Cosa non ti piace?
Mi fa arrabbiare di questa Italia a volte l’indifferenza, il menefreghismo e l’egoismo che aleggiano nell’opinione pubblica a differenza di una gioventù pronta a riscattarsi e sempre vogliosa di mettersi in gioco.

Sogni un’Italia, come?
Sogno un’Italia in cui un milione di giovani di seconde generazione possano gridare, finalmente, “sono italiano” non solo, di fatto, ma anche giuridicamente.

Sei il presidente di A.N.O.L.F. Di cosa vi occupate? Quanti giovani fanno parte della tua associazione?
Fin da giovanissimo all’età di 16 anni, per via anche della mia esperienza di vita quotidiana ho sempre sentito il bisogno di impegnarmi nel sociale, aiutare chi è in difficoltà, insomma nel mio piccolo rendermi utile nei confronti di persone che hanno veramente bisogno di un sostegno morale e pratico. Ho iniziato come militante dell’A.N.O.L.F di Frosinone (Associazione Nazionale Oltre Le Frontiere) che è un’associazione di immigrati apartitica ed aconfessionale promossa dalla Cisl, che sin dal 1989 anno della sua fondazione combatte il razzismo e la xenofobia attraverso l’interazione tra gruppi sociali diversi in tutte le città italiane.

Nel 2008 sono stato eletto Responsabile Nazionale dell’Anolf Giovani di 2^ generazione , associazione di volontariato animata da giovani figli d’immigrati originari di varie etnie e continenti come Africa, Asia, Europa ed America Latina. Lo scopo principale di dare rappresentanza, partecipazione e aggregazione a questi giovani che nel loro percorso di vita affrontano problematiche urgenti che limitano i loro diritti se non annullarle del tutto, nonché coinvolgerli nella vita complessa dell'associazionismo e del sindacato rendendoli partecipi nei processi decisionali. I giovani infatti non sono distanti dalle vicende politiche e dell'azione sindacale, come spesso qualcuno vuol far credere, ma nutrono profondo interesse per ciò che accade quotidianamente in materia di fiscalità, contrattazione e programmazione socio-economica perché comprendono che in tutto ciò risiede il loro futuro di studenti, lavoratori e cittadini.

L'ANOLF Giovani è nata per realizzare un obiettivo profondamente giusto: riformare la legge sulla cittadinanza L. 91/92 introducendo il principio dello "jus soli" e contribuire a trasformare una società aperta verso le diversità in un mondo sempre più multietnico, multiculturale, dove l'Italia sia più consapevole e si riconosca in tutti i suoi figli, che molto contribuiscono alla ricchezza culturale del nostro paese. L'obbiettivo che ci prefiggiamo, inoltre, è di predisporre programmi di incontro con le istituzioni comunali, provinciali, regionali e nazionali per affrontare concretamente una politica d'interazione seria nei confronti dei giovani di seconda generazione non "escludendoli" dai loro coetanei italiani.

All’associazione tra tutte le sue strutture territoriali aderiscono 15mila giovani di cui 900 sono i militanti operativi.



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