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di Margherita Paglino

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Giorni fa sono stati resi noti i dati ricavati dall’indagine svoltasi a Trieste sull’autolesionismo.
L'autolesionismo è l’atto di procurare a se stessi danni fisici, nei casi più estremi si esprime attraverso il tentato suicidio, mascherandosi dietro a scuse quali incidenti stradali o domestici.

L’indagine, partita nel 2005 e conclusasi da poco, ha preso il via dalle osservazioni fatte sui casi segnalati al reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale Burlo Graofalo di Trieste, con
l’intento, oltre a quello di quantificare il fenomeno, di cercare di comprenderne le cause, di perfezionare la capacità di diagnosi precoce e di risoluzione attraverso gli interventi.

 

I dati, forniti sia dal reparto di neuropsichiatria infantile e sia dai 1.100 questionari distribuiti agli alunni delle scuole superiori, ci dicono che ad assumere comportamenti autolesivi sono soprattutto le ragazze di età compresa tra i 16 e i 17 anni, che negli ultimi 6 mesi il 20% dei soggetti indagati ha espresso pensieri o assunto comportamenti autolesivi e che gli stessi hanno avuto un calo del rendimento scolastico.

Un tasso di prevalenza di 78 per 100.000 adolescenti sono i tentativi di  suicidio o di azioni autolesive nei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni con accessi al pronto soccorso  nell’anno 2005. Inoltre si registra un aumento del fenomeno nel 2006 con un tasso di prevalenza di 88 su 100.000. Il metodo al quale gli adolescenti ricorrono più spesso è quello dell’intossicazione (54,5%),  soprattutto attraverso l’ingente assunzione di farmaci, a seguire le ferite da taglio (16,4%) e infine il trauma contusivo (6,7%).

Dalle 50 mila cartelle cliniche indagate, sono emersi 120 casi di tentato suicidio e/o autolesionismo, dei quali Il 55% degli adolescenti vittime di questa patologia sono stati curati a domicilio, il 25% sono stati ricoverati presso reparti ospedalieri generici e solamente il 5% ha avuto una consulenza e/o ricovero presso i reparti di neuropsichiatria infantile.

Inoltre ha posto l’attenzione Inoltre vengono indicati come dubbi 800 casi, a causa del fatto che spesso nelle strutture sanitarie atte al loro accoglimento, simili comportamenti vengono sottovalutati o interpretati in modo errato. L’intento della ricerca, oltre a quello di fornire dati, è stato soprattutto quello di individuare indicatori utili a fare fronte dinnanzi alla difficoltà da parte dei servizi di emergenza di indicare  come autolesivo un particolare comportamento, come ad esempio il livello dell’ambiente scolastico, familiare e sociale.

Sulla necessità di creare reti di intervento, ad oggi non pienamente efficaci,che coinvolgano anche insegnanti, operatori sanitari e sociali, le quali intervengano tempestivamente sul problema, che si può facilmente ripercuotere sul gruppo dei pari, come amici e compagni di scuola, per evitare il susseguirsi di azioni emulative, per promuovere la salute mentale e prevenire le condotte a rischio.

Questi segnali di disagio sono spesso la spia di malattie come depressione, schizofrenia o della sindrome borderline. L'autolesionismo nella maggior parte dei casi è la reazione all'incapacità di sfogare la propria rabbia, al senso di emarginazione, al forte senso di frustrazione e alla poca autostima, nei casi peggiori deriva da traumi come stupri, violenze o abusi. Che sia un fenomeno in crescita si evince anche dalla nascita dei numerosi foum e community al riguardo, dove si possono rinvenire copiose testimonianze, e soprattutto, dai quali trapela una celata ma evidente richiesta di aiuto da parte di questi ragazzi.

 

 

 



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Martedi, 21 Mag 2013

Servizio Civile Nazionale: a chi conviene

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(di Enrico Maria Borrelli) Da quando nel 2001 è stato istituito il Servizio Civile Nazionale, prima affiancando poi sostituendo con i volontari i giovani impegnati nell’obbligo di leva, si è aperto un intenso dibattito sulla centralità di questo Istituto nelle politiche di partecipazione, educazione e formazione delle nuove generazioni. Nato come strumento di difesa della Patria, di cui conserva ancora pienamente lo spirito, il servizio civile è presto diventato luogo di impegno e formazione dei giovani, coinvolgendo in questi anni oltre 270 mila volontari. Di questi il 68% ha un diploma ed il 25% la laurea, a testimoniare un grado di istruzione medio-alto tra coloro che lo svolgono e la percezione che tra i giovani l’esperienza è vista come un’occasione di apprendimento da integrare con i tradizionali percorsi di istruzione e formazione. Al termine dell’esperienza, dentro le stesse organizzazioni presso le quali hanno svolto servizio civile, molti giovani restano come volontari e altri trovano opportunità di lavoro. Leggi tutto

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