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di Valentina Marchioni

 fotoPoco più di un anno fa, in una Bruxelles a proprio agio in un ordinatissimo sciopero generale, più di seicento rappresentanti del mondo della cultura sedevano al tavolo con le Istituzioni europee per discutere dei concreti sviluppi del settore artistico-culturale e dei programmi europei dedicati a musica, arte scenica, danza, video installazione, fotografia, pittura e letteratura, in una parola cultura, nelle sue molteplici declinazioni. Questo era Culture in Motion 2011. 

 

Faccio riferimento all’edizione 2011 dell’incontro del mondo della Cultura per due ragioni.

La prima è che a quell’incontro ho avuto il piacere di esserci e quindi so di cosa parlo.

La seconda –forse più importante della prima- è che in un certo senso, il 2011, in ragione di una certa distanza cronologica dalla pianificazione finanziaria dei futuri programmi europei per l'eptennio 2014-2020, ha favorito lo svolgersi di un dibattito quasi interamente concentrato sui contenuti e non sui mezzi di sostentamento della cultura.

Gli operatori del settore hanno dato una grande prova di cittadinanza non solo attiva ma anche matura, pienamente consapevole del proprio ruolo nel concretizzare le ambizioni di un’Unione che punta a diventare una potenza competitiva  attraverso una strategia che fa leva su un modello economico intelligente, sostenibile ed inclusivo.
Discussioni per nulla politiche si sono succedute in una due giorni di contaminazione progettuale, di scambio di idee e indirizzi per la creazione di un’agenda culturale europea in cui fosse chiaro il ruolo di conoscenza e innovazione, pilastri del settore Cultura.

È passato poco più di un anno da quell’incontro. 365 giorni economicamente faticosi per l’Unione che nel 2012 ha dovuto fare i conti con molte difficoltà dell'Eurozona e che molto probabilmente sarà costretta a intervenire con tagli nei programmi comunitari del prossimo bilancio.

Il dibattito sull’allocazione dei fondi per il prossimo eptennio ormai serpeggia in molti ambienti e visti i forti venti d’instabilità economica che soffiano su tutta l’Europa, non sembra nemmeno il caso di farsi grandi illusioni.

Da italiana, conosco bene l’antifona secondo cui, i primi tagli – in periodi difficili- vanno effettuati nei settori “meno strategici” e apparentemente importanti, come appunto la cultura e l’educazione.

Quindi non mi sorprende la notizia della decisione dei governi nazionali di frenare l’iniziativa della Commissione Europea che proprio nel settore della Cultura ha avanzato una proposta di aumento di bilancio, ritenendo che, aumentare l'investimento in cultura, tutelando e valorizzando il patrimonio artistico, sia un necessario contributo alla –tanto preannunciata quanto ancora attesa - ripresa dell’Europa.

Vero. Le arti e la conoscenza ispirano e stimolano il nostro lavoro. Producono creatività positiva e in ultima analisi contribuiscono alla nostra evoluzione.

Investire in arte sin dall’infanzia crea società innovative, democratiche e diverse (inteso nel senso di “varie”).  Mi è difficile immaginare un modo migliore e più incoraggiante di trovare soluzioni per il progresso umano prima e sociale poi, dell’investimento in cultura...

Vero. La cultura appartiene a chi la ricerca e a chi riesce a farla propria.

Non è dunque sufficiente creare le strutture per garantire un allargamento della risorsa culturale.

Bisogna riuscire a riempirla di contenuti e approfondimenti e coinvolgere il maggior numero di individui e da qui in poi il resto starà alla sensibilità del singolo.

Ma cosa sarebbe il mondo senza quel guizzo ruggente e misterioso, quella scintilla negli occhi che in un sol brivido percorre la schiena ed esplode nella testa come energia? Cosa resterebbe di una cultura se la privassimo dei colori e delle armonie? Cosa di un popolo se gli togliessimo voce e storia?

Cosa sarebbe il mondo senza arte e senza cultura?

Non so, anzi si: ma la mia è una (realistica) supposizione.

Saremmo poco diversi dalla natura che contempliamo. Bellissima e schiava di se stessa. Saremmo animali condannati a seguire un preciso istinto primordiale. E invece no. Cerchiamo, da sempre. Abbiamo creato l’Unione europea seguendo un’esigenza dell’intelletto (e del commercio) e ora stiamo cercando di ritrovare un po’ della nostra identità al suo interno.

La cultura è uno strumento di incontro. Lo è davvero! Conoscere è capire e capire è il primo passo per accettare, ingrediente necessario per scoprire, andare oltre.
L’Europa l’ha capito e la promessa della Commissione di aumentare il budget a disposizione sembra un ravvedimento delle proprie posizioni. Il programma cultura 2007- 2013 era pieno di contraddizioni che lo hanno reso a molti inaccessibile. Il 10 maggio, Bruxelles sarà teatro del meeting dei Ministri europei della Cultura, che si riuniranno per discutere del programma Creative Europe 2014- 2020.

Culture Action Europe (/www.cultureactioneurope.org/) piattaforma di lobby nel settore della cultura e dell’arte, promuove dal 2010 la campagna “We are more”. Obiettivo da raggiungere:  la raccolta di 100.000 firme. Numero di firme: 25.071. Rimane l’impegno di sensibilizzare i governi nazionali, portando alla loro attenzione l’importanza del promuovere nuova linfa per il patrimonio culturale. Impresa difficile se non impossibile. E allora, come contribuire?

Aderire alla campagna è semplice: basta andare sul sito www.wearemore.eu e firmare la petizione.

Assorbire cultura invece è tutta un’altra cosa. È un impegno quotidiano, che nasce dalla passione e dalla dedizione, i cui frutti saziano la necessità dell’anima di vivere in un mondo illuminato al lume di valori quali solidarietà, tolleranzacorrettezzarispetto del prossimo e di se stessi.

Questa è cultura. L’augurio è che i governi ne comprendano la portata e l’importanza.

Certo è che non basta un eptennio di programmazione europea per viverla e recepirla.



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Martedi, 21 Mag 2013

Servizio Civile Nazionale: a chi conviene

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(di Enrico Maria Borrelli) Da quando nel 2001 è stato istituito il Servizio Civile Nazionale, prima affiancando poi sostituendo con i volontari i giovani impegnati nell’obbligo di leva, si è aperto un intenso dibattito sulla centralità di questo Istituto nelle politiche di partecipazione, educazione e formazione delle nuove generazioni. Nato come strumento di difesa della Patria, di cui conserva ancora pienamente lo spirito, il servizio civile è presto diventato luogo di impegno e formazione dei giovani, coinvolgendo in questi anni oltre 270 mila volontari. Di questi il 68% ha un diploma ed il 25% la laurea, a testimoniare un grado di istruzione medio-alto tra coloro che lo svolgono e la percezione che tra i giovani l’esperienza è vista come un’occasione di apprendimento da integrare con i tradizionali percorsi di istruzione e formazione. Al termine dell’esperienza, dentro le stesse organizzazioni presso le quali hanno svolto servizio civile, molti giovani restano come volontari e altri trovano opportunità di lavoro. Leggi tutto

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