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di Andrea Pignataro

andrea_pignataroAd ogni scadenza elettorale, si rinnovano gli appelli rivolti ai giovani per sollecitarne il voto, per caldeggiare la loro partecipazione al rito principe della democrazia rappresentativa.

In realtà, proviamo a chiederci: perché i giovani dovrebbero partecipare?

La risposta a questa domanda è, a mio avviso, complessa e relativamente incerta.

Complessa, perché la questione del voto si inserisce come un rivolo nel grande fiume dei fenomeni relativi al binomio mondo dei giovani/società globale, tipo le difficoltà socio-economiche in crescita ininterrotta o l’individualizzazione dei percorsi verso l’età adulta. Una complessità che testimonia un rimescolio delle regole sociali alla base della convivenza intergenerazionale.

Incerta, a causa delle numerose ambiguità semantiche e culturali che riguardano il contenuto di tante esperienze di partecipazione, la maggior parte delle quali si incentrano più un’aspettativa dogmatica di cittadinanza e solo raramente su un tentativo di implicazione reale dei giovani alla vita di un territorio o di un’istituzione.

Intanto, in un paese variamente gerontocratico come il nostro, la “moratoria elettorale” delle giovani generazioni è un dato di fatto.

Numerose ricerche sociologiche e politologiche suggeriscono, per provare a spiegare questo fenomeno, un elemento di partenza: l’impegno politico è “facilitato” dall’inserzione sociale e culturale. Ossia i cittadini più svantaggiati socialmente sono i meno attivi politicamente, mentre appartenere ad una categoria socio-professionale elevata favorirebbe la partecipazione elettorale. Non risulta quindi particolarmente difficile individuare le cause generali della marginalizzazione elettorale di una parte rilevante dei giovani: disoccupazione, precarizzazione del lavoro, indebolimento dei legami sociali e della fiducia nel futuro. In questo senso, non ci sarebbe misura più efficace per favorire la partecipazione al voto di questa tipologia di giovani che abbattere le barriere che impediscono l’integrazione tra i cittadini.

Naturalmente, non bisogna trascurare altre tipologie di astensionismo giovanile oltre a quello strutturale di natura sociale, come ad esempio quello congiunturale, di natura politica.

I politologi francesi Jérôme Jaffré e Anne Muxel hanno distinto gli astensionisti in “fuori gioco”, ossia in persone senza interesse per la politica, e “in gioco”, cioè individui dotati di competenze politiche ma che non si mobilitano ad ogni elezione.

E’ questo il caso di quei giovani maggiormente scolarizzati e con minori problemi socioeconomici, che si astengono come forma di critica e non di disinteresse verso la politica. Questo tipo di astensione testimonia di una modifica nel rapporto delle nuove generazioni con il voto, concepito sempre meno come un dovere (la cui evasione in altri tempi portava addirittura a delle conseguenze legali) e sempre più come un diritto esercitato sull’onda della mobilitazione del momento, della personalità del candidato o dell’urgenza della causa da sostenere.

In questo senso, si tratta di giovani politicizzati, ma che non votano in segno di rifiuto dell’offerta politica dei partiti.

Questi giovani elettori si mostrano mobili nelle proprie scelte elettorali, restando incerti fino all’ultimo momento per decidere chi votare. Se non percepiscono il senso di un’elezione, preferiscono astenersi piuttosto che mobilitarsi senza convinzione. E, a fianco dell’eventuale partecipazione elettorale, s’ingaggiano in forme di partecipazione non istituzionale, più individualizzate e essenzialmente contingenti: partecipare ad una manifestazione, firmare una petizione, realizzare un flash mob, aderire ad un’associazione, fare del volontariato.

Più integrazione socioeconomica e culturale per avvicinare i giovani “fuori gioco”, offerte politiche più interessanti e coerenti per convincere i giovani “in gioco” ad impegnarsi. Al netto delle “lingue allenate a battere il tamburo”, di professionisti del vaffa di cui cantava De Andrè e che attualmente troviamo sotto forma di anziani comici che ambiscono ad essere guru, basterebbe che la politica facesse il suo mestiere per abbattere sensibilmente gli astensionismi dei giovani.



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