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di Andrea Pignataro

andrea_pignataroIn questi giorni l’assemblea del Senato sta votando il disegno di legge 3249, relativo alla “riforma del mercato del lavoro  in una prospettiva di crescita” che, come recita l’articolo 1 del testo, deve essere “sociale ed economica”, anche attraverso ( dice il comma d) il “rafforzamento dell’occupabilità” delle persone.

E’ in questa prospettiva, immagino, che la ministra Elsa Fornero,  nel capo relativo all’apprendimento permanente, ha introdotto nel suo disegno di legge i temi dell’apprendimento non formale ed informale e dell’individuazione e del riconoscimento delle relative competenze.

Si tratta, d’altra parte, di una questione – quella del riconoscimento e della validazione dell'apprendimento non formale e informale - di notevole importanza ed attualità in Europa da almeno 10 anni.

E’ nato infatti nel 2002 il cosiddetto “Processo di Copenaghen”, ossia  il rafforzamento della cooperazione europea in materia di Vet (Vocational education and training, educazione e formazione professionale o professionalizzante) attraverso il metodo aperto di coordinamento tra gli Stati e tra le autorità e le istituzioni responsabili delle strategie in tema di istruzione e formazione, il tutto con lo scopo di promuovere l’integrazione sociale, la coesione, la mobilità, l’occupabilità e la competitività a livello continentale.

Questo approccio, che punta ad uniformare gli ambiti dell’apprendimento valorizzando i luoghi della formazione non formale e informale, è responsabile tra le altre cose dello sviluppo di strumenti e linee guida per la trasparenza delle competenze (come il famoso Europass, il modello di curriculum vitae adottato ufficialmente in Europa, o l’ Eqf, il quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente), per il trasferimento dei crediti (come l’Ecvet), per il controllo di qualità (Eqavet, uno standard europeo per formazione professionale sempre più usato), per l’orientamento lifelong, per la promozione dell’eccellenza (ad esempio con Euroskills).

Insomma, il disegno di legge attualmente in discussione non dice esattamente cose nuove sul tema della formazione per l’occupabilità. Ma ha - o meglio avrebbe, visto che non è stato ancora trasformato in legge - il grande pregio di inserire in una riforma organica del mondo del lavoro un riferimento diretto al bilancio e al riconoscimento delle competenze professionali o professionalizzanti maturate anche in ambiti di formazione informale (ossia non intenzionale) e soprattutto non formale (cioè svolta al di fuori dai classici contesti formativi formali come la scuola e l’università e con metodologie attive, che privilegiano la partecipazione e la condivisione dei saperi e delle esperienze).

L’unica nota dolente, almeno per quanto riguarda questo singolo aspetto della legge, era la mancata inclusione del servizio civile tra i percorsi in cui maturano gli apprendimenti non formali, insieme al mondo del volontariato e a quello delle imprese e del privato sociale. Una mancanza grave e immotivata, che per fortuna sembrerebbe sanata dall’approvazione, in Commissione Lavoro al Senato, di un emendamento che inserisce il servizio civile tra gli organismi che perseguono fini educativi e formativi. A questa finalità, infatti, contribuiscono le tante ore di formazione, sia generale che specifica, erogate ad ogni volontario e l’impianto stesso delle attività, tutte improntate al learning by doing, ossia all’imparare facendo.  D’altra parte, per evitare omissioni sarebbe bastato dare un’occhiata al primo articolo della legge 64, che chiarisce senza possibilità di errore che il servizio civile nazionale è finalizzato a contribuire alla formazione civica, sociale, culturale e professionale dei giovani.

Non resta che, a riforma approvata, aprire una riflessione seria su come valorizzare queste competenze acquisite e, finalmente, certificabili direttamente dallo Stato e dalle Regioni.



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Martedi, 21 Mag 2013

Servizio Civile Nazionale: a chi conviene

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(di Enrico Maria Borrelli) Da quando nel 2001 è stato istituito il Servizio Civile Nazionale, prima affiancando poi sostituendo con i volontari i giovani impegnati nell’obbligo di leva, si è aperto un intenso dibattito sulla centralità di questo Istituto nelle politiche di partecipazione, educazione e formazione delle nuove generazioni. Nato come strumento di difesa della Patria, di cui conserva ancora pienamente lo spirito, il servizio civile è presto diventato luogo di impegno e formazione dei giovani, coinvolgendo in questi anni oltre 270 mila volontari. Di questi il 68% ha un diploma ed il 25% la laurea, a testimoniare un grado di istruzione medio-alto tra coloro che lo svolgono e la percezione che tra i giovani l’esperienza è vista come un’occasione di apprendimento da integrare con i tradizionali percorsi di istruzione e formazione. Al termine dell’esperienza, dentro le stesse organizzazioni presso le quali hanno svolto servizio civile, molti giovani restano come volontari e altri trovano opportunità di lavoro. Leggi tutto

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