Fare Repubblica. Perché il Servizio Civile è una delle infrastrutture dell’economia sociale italiana
di Enrico Maria Borrelli,
Presidente Fondazione Amesci

Ogni stagione storica è chiamata a misurarsi con una domanda fondamentale: quali sono le istituzioni che tengono insieme una comunità e ne rendono possibile il futuro?
Per lungo tempo abbiamo pensato che questa funzione appartenesse soprattutto alle grandi infrastrutture materiali. Strade, ferrovie, reti energetiche, scuole, ospedali. Opere capaci di collegare territori, distribuire opportunità e rendere effettivi i diritti. Ancora oggi le consideriamo un presupposto indispensabile dello sviluppo economico e della coesione sociale.
Le trasformazioni degli ultimi decenni ci consegnano, tuttavia, un’evidenza ulteriore. Le società contemporanee non dipendono soltanto dalla qualità delle proprie infrastrutture fisiche, ma anche dalla capacità di produrre fiducia, cooperazione e responsabilità condivisa. Esistono beni che non si esauriscono nell’erogazione e relazioni che non possono essere costruite per decreto. Esiste, in altre parole, un’infrastruttura civile che rende possibile il funzionamento della democrazia e la tenuta della vita collettiva.
È in questa prospettiva che il Servizio Civile Universale rivela una funzione ulteriore.
Considerarlo una misura delle politiche giovanili, uno strumento di welfare o un programma di cittadinanza attiva significa coglierne soltanto una parte. Sono definizioni corrette, ma non ne esauriscono la funzione. Descrivono ciò che il Servizio Civile fa; molto meno ciò che è diventato.
Per comprenderne la natura occorre forse cambiare domanda.
Per anni ci siamo interrogati sul numero dei giovani coinvolti, sui servizi erogati, sulle competenze acquisite, sulle persone raggiunte dai progetti. Sono interrogativi necessari, perché ogni politica pubblica deve essere valutata attraverso i suoi risultati. Ma vi sono momenti nei quali una politica evolve più rapidamente delle categorie con cui continuiamo a interpretarla. È quanto è accaduto al Servizio Civile.
Il punto non è soltanto quanti servizi produca, ma quale capacità collettiva renda possibile.
Le infrastrutture, infatti, non valgono soltanto per ciò che realizzano direttamente. La loro funzione consiste anche nell’abilitare altro. Una rete ferroviaria mette in relazione territori che altrimenti rimarrebbero separati. Una rete digitale rende possibili nuove forme di cooperazione, innovazione e scambio. Una scuola non coincide con le lezioni che vi si svolgono, ma con la capacità di una società di generare conoscenza e futuro.
Anche il Servizio Civile appartiene sempre più a questa famiglia di istituzioni. Non produce soltanto attività: produce connessioni. Non offre soltanto servizi: accresce la capacità delle comunità di organizzarsi. Non forma soltanto competenze individuali: genera legami fiduciari, senso di appartenenza e disponibilità all’azione collettiva.
È qui che emerge la sua natura più profonda.
Ogni anno migliaia di giovani entrano in contatto con amministrazioni pubbliche, enti del Terzo settore, organizzazioni civiche e realtà territoriali. Imparano a leggere bisogni concreti, a lavorare con persone diverse, a condividere responsabilità, a confrontarsi con la fragilità e con l’interesse generale. Nello stesso tempo, gli enti rinnovano le proprie pratiche, costruiscono reti, sperimentano forme di collaborazione e rafforzano la propria presenza nei territori.
Il valore generato non coincide, dunque, con la somma dei singoli progetti.
Risiede nella qualità delle relazioni che quei progetti rendono possibili e nella capacità istituzionale che lasciano ai territori.
Per questa ragione il Servizio Civile rappresenta un’infrastruttura dell’economia sociale italiana.
L’economia sociale non cresce soltanto attraverso organizzazioni più efficienti o maggiori risorse finanziarie. Cresce quando aumenta la capacità di una società di cooperare, condividere conoscenze e assumere responsabilità. Cresce quando le istituzioni non si limitano a distribuire prestazioni, ma rafforzano le condizioni che consentono di affrontare insieme i problemi collettivi.
In questa prospettiva, il Servizio Civile non può essere considerato soltanto un costo da sostenere o una politica da rifinanziare periodicamente.
È un investimento nella capacità pubblica del Paese.
Ogni giovane che conclude un’esperienza di Servizio Civile porta con sé competenze, ma anche un’esperienza concreta della cittadinanza, una maggiore familiarità con le istituzioni democratiche e una consapevolezza più matura del rapporto tra diritti e responsabilità.
È un patrimonio che non appartiene soltanto a chi ha svolto quell’esperienza.
Può diventare una risorsa per la società.
Per questa ragione il Servizio Civile non dovrebbe essere considerato una politica accessoria, destinata a occupare uno spazio residuale nelle decisioni pubbliche. Rappresenta, al contrario, una delle infrastrutture attraverso cui la Repubblica investe nella propria capacità di generare coesione, partecipazione e sviluppo democratico.
La questione non riguarda soltanto il numero dei volontari o l’entità delle risorse disponibili.
Riguarda il modello di Paese che intendiamo costruire.
La forza delle istituzioni non dipende soltanto dalla loro capacità di amministrare procedure o distribuire prestazioni. Dipende anche dalla capacità di mobilitare energie civiche, costruire relazioni di fiducia e rendere la società partecipe della soluzione dei problemi collettivi. Le istituzioni più rilevanti sono quelle che accrescono la capacità pubblica del Paese.
Il Servizio Civile Universale è una di queste.
Parlare di Servizio Civile significa, dunque, parlare della qualità della nostra democrazia e del modo in cui la Repubblica costruisce il proprio futuro: non soltanto attraverso le leggi, ma attraverso le persone, le relazioni e l’esercizio della responsabilità.
Fare Repubblica significa creare le condizioni perché ogni cittadino possa concorrere all’interesse generale e la società diventi più capace di affrontare le sfide del proprio tempo.