Il privilegio di lavorare gratis

di Giuseppe Balzano*

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Napoli si prepara a ospitare l’America’s Cup tra investimenti, infrastrutture e milioni di euro. Ma per una parte essenziale della macchina organizzativa il compenso previsto resta soprattutto uno: l’esperienza. E forse è arrivato il momento di chiedersi dove finisca il volontariato e dove cominci il lavoro gratuito.

Napoli ospiterà l’America’s Cup e, ancora una volta, sarà la culla di un evento internazionale. Arriveranno investimenti, infrastrutture, allestimenti, comunicazione, servizi, trasporti. Arriveranno milioni di euro e, insieme a loro, quella straordinaria capacità di attribuire un prezzo praticamente a tutto. Poi arrivano i volontari.

A loro viene richiesta, udite udite, una buona conoscenza dell’italiano e dell’inglese, piena disponibilità dal 24 al 27 settembre 2026 per la Regata Preliminare e almeno dieci giorni consecutivi tra maggio e luglio 2027, oltre alla formazione obbligatoria online e in presenza. Saranno impiegati nella comunicazione e nell’assistenza ai media, nelle operazioni in acqua e nella conduzione della gara, nell’accoglienza del pubblico, nella gestione dei flussi e perfino a supporto della produzione televisiva. Insomma, non esattamente quattro ore passate a indicare dove si trova il bagno.

Il loro contributo viene definito dalla stessa organizzazione fondamentale per il successo della manifestazione. E ci mancherebbe. Solo non abbastanza da giustificare almeno un rimborso. Sono previste uniforme, pasti durante i turni e formazione; viaggio, alloggio e spese personali restano a carico del volontario. Il vero beneficio, viene spiegato, è vivere dall’interno uno degli eventi sportivi più importanti del mondo. L’esperienza, del resto, forma e arricchisce. Ha soltanto un curioso problema di convertibilità quando proviamo a usarla per pagare un biglietto del treno.

Si potrebbe obiettare che nei grandi eventi sportivi i volontari ci sono sempre stati. Ed è vero. Olimpiadi, Europei, Universiadi, grandi tornei e precedenti America’s Cup ne hanno impiegati migliaia. Ma proprio questo dovrebbe farci porre qualche domanda in più, non una in meno. Negli anni il volontariato dei grandi eventi è diventato sempre più qualificato: selezioni, formazione, competenze specifiche, turni rigidi e responsabilità precise. Aumentano, insomma, quasi tutte le caratteristiche che associamo al lavoro. Rimane ostinatamente assente quella più volgare: se non una retribuzione, almeno un rimborso.

Eppure anche dentro questo modello si è fatto diversamente. Alle Universiadi di Napoli del 2019 venivano riconosciuti 25 euro al giorno e l’abbonamento al trasporto pubblico regionale. Nell’America’s Cup di Auckland 2021 erano garantiti trasporti e altri riconoscimenti; a Barcellona 2024 sconti, ingressi a musei e parchi e iniziative dedicate, oltre a una festa finale. In altri grandi eventi sono stati previsti accessi gratuiti alle competizioni, omaggi e perfino sistemazioni collettive per chi arrivava da fuori. Naturalmente, insieme ai pasti.

Nessuno è diventato ricco. Nessuno ha ricevuto la tredicesima. Si è semplicemente applicato un principio piuttosto elementare: se una persona regala il proprio tempo a un grande evento, almeno si dovrebbe evitare che debba rimetterci anche i propri soldi.

Ed è qui che il problema smette di riguardare soltanto l’America’s Cup. Abbiamo progressivamente normalizzato l’idea che il prestigio di un’esperienza possa compensare il valore economico del tempo. Ti servirà per il curriculum. Conoscerai persone. Farai esperienza. Una forma di pagamento molto apprezzata, soprattutto da chi non deve riceverla.

C’è poi una questione ancora meno elegante. Dieci e più giorni gratis non costano a tutti allo stesso modo. Chi può contare su una famiglia economicamente solida può permettersi di partecipare e aggiungere un’esperienza prestigiosa al curriculum. Chi deve lavorare per mantenersi, pagare un affitto o contribuire alle spese di casa molto meno. E così arriviamo al piccolo capolavoro sociale dei nostri tempi: anche fare volontariato e arricchirsi di esperienze rischia di diventare un privilegio riservato a chi può permetterselo.

Il problema, allora, non è abolire il volontariato. È impedirgli di diventare una voce di risparmio travestita da partecipazione. Un volontario che accoglie, orienta e racconta la propria città arricchisce un evento. Quando invece una persona viene selezionata, formata, inserita in turni, sottoposta a responsabilità e impiegata in funzioni necessarie alla macchina organizzativa, una domanda dovrebbe venire spontanea: se quella persona non ci fosse, qualcuno dovrebbe comunque fare quel lavoro?

Se la risposta fosse sì, forse dovremmo cominciare a chiederci chi stia facendo un favore a chi.

È soltanto quando si tratta di dare una misura al tempo delle persone che improvvisamente smettiamo di parlare di soldi e cominciamo a parlare di valori. È una convinzione conveniente. Soprattutto per chi il compenso, invece, lo riceve.

Forse, allora, il problema è anche nelle parole.

Volontariato è una parola importante. Racconta una scelta libera e gratuita fatta per una comunità, per una causa, per qualcosa che riteniamo meriti il nostro tempo. Anche lavoro è una parola importante. Racconta competenze, responsabilità, orari, diritti e, infine, una retribuzione.

Sono entrambe parole dignitose. Non c’è nessun bisogno di confonderle.

Le parole sono importanti proprio per questo: servono a distinguere le cose.

Questa settimana la parola è volontariato. Vedremo quale sarà la prossima.

 

 


*Da oltre dieci anni lavoro nel Terzo Settore, un percorso cominciato come volontario in Servizio Civile e proseguito tra associazioni, cooperative e, oggi, Fondazione Amesci. Negli anni mi sono occupato di accoglienza e integrazione delle persone migranti, formazione dei volontari, Servizio Civile, progettazione sociale e coordinamento di reti che hanno coinvolto centinaia di enti e migliaia di giovani. Numeri abbastanza grandi da sembrare importanti e abbastanza concreti da insegnarti che, alla fine, dietro ogni progetto ci sono persone, problemi molto pratici e almeno un file Excel che nessuno vuole aprire. Le esperienze di mobilità europea e cooperazione internazionale, anche in Libano e Tunisia, mi hanno dato l’occasione di confrontarmi con realtà diverse e di allargare lo sguardo sui temi dell’inclusione, della partecipazione e della cittadinanza. È da questo osservatorio che provo a raccontare il mondo del sociale: conoscendone abbastanza bene le potenzialità per continuare a crederci, e abbastanza da sapere che ogni tanto anche le buone intenzioni meritano qualche domanda.