Responsabilità, quando significa qualcosa

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di Giuseppe Balzano

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Maricarmen Abascal aveva ottantasette anni e viveva nella stessa casa di Madrid da settantuno.

Il 23 settembre l’hanno sfrattata. È uscita dall’appartamento su una barella, davanti alle telecamere e alle persone accorse per impedire lo sgombero. Sei anni prima una società aveva acquistato l’immobile sapendo che dentro c’era lei. Il vecchio contratto d’affitto era diventato il problema da risolvere. Maricarmen, a quanto pare, anche.

Quelle immagini hanno attraversato la Spagna. Sono arrivate le proteste e una mobilitazione nazionale che ha trasformato una donna anziana sfrattata nel simbolo di una crisi abitativa che, francamente, non aveva bisogno di altri simboli.

Maricarmen è morta il 7 ottobre, nell’ospedale Gregorio Marañón, dove era stata ricoverata dopo lo sfratto. Significa però che una donna ha trascorso gli ultimi quattordici giorni della propria vita lontano dalla casa in cui aveva vissuto per oltre settant’anni. Può bastare.

Nel frattempo, il governo di Pedro Sánchez aveva portato in Parlamento due decreti sulla casa, con nuove protezioni contro gli sfratti e interventi sul mercato degli affitti. Il 2 ottobre il Congresso li ha respinti. Tre giorni dopo Sánchez ha annunciato lo scioglimento anticipato delle Cortes e le elezioni generali.

Non si è dimesso, come qualcuno ha raccontato un po’ sbrigativamente. Ha riconosciuto che la maggioranza parlamentare sulla quale poggiava il governo non era più in grado di sostenerlo su una questione considerata centrale e ha deciso di tornare davanti agli elettori.

Convocare elezioni anticipate è una scelta politica e contiene, come tutte le scelte politiche, convenienze e calcoli. Il suo governo non ha certo scoperto la crisi abitativa il giorno dello sfratto di Maricarmen. Resta però un fatto ormai abbastanza inconsueto: una sconfitta ha avuto conseguenze.

La parola di questa settimana è responsabilità.

Nel marzo scorso l’attuale nostro governo ha affrontato il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. La presidente del Consiglio si era esposta direttamente nella campagna per il Sì e aveva presentato quella riforma come uno dei passaggi qualificanti della legislatura. Gli italiani hanno votato. L’affluenza ha sfiorato il 59 per cento e circa 14,7 milioni di persone hanno respinto la riforma. Il giorno dopo il governo era esattamente dov’era il giorno prima.

Non esisteva alcun obbligo costituzionale di dimettersi. Il referendum riguardava una riforma, non la permanenza in carica del governo. Ma la responsabilità politica comincia precisamente dove finiscono gli obblighi giuridici.

Un governo propone una modifica della Costituzione, la difende per mesi e chiede ai cittadini di approvarla. I cittadini rispondono di no. A quel punto si può sostenere che la riforma sia stata bocciata e che il governo abbia comunque pieno titolo per continuare. È formalmente corretto.

Rimane da capire se il voto debba avere qualche conseguenza anche per chi quella battaglia l’ha promossa e perduta.

Non necessariamente le dimissioni. Ma almeno un passaggio politico riconoscibile, qualcosa che dimostri che quasi quindici milioni di No non sono stati accolti come una recensione negativa su Tripadvisor.

In Italia, invece, la responsabilità politica ha sviluppato una forma tutta sua: chiunque se la assume e nessuno ne subisce le conseguenze. Si prende atto del risultato. Si ringraziano gli elettori. Si assicura di aver compreso il messaggio. Poi si prosegue esattamente come prima.

Sánchez avrebbe potuto fare lo stesso, ma ha scelto invece di tornare dagli elettori. Questo non significa che avesse necessariamente ragione sulla casa, che le sue misure fossero sufficienti o che gli spagnoli debbano riconfermarlo. Significa che ha attribuito alla bocciatura parlamentare un peso politico reale.

La differenza è tra chi considera una sconfitta un fatto da amministrare e chi ritiene che, almeno qualche volta, debba modificare il corso delle cose. Una donna di ottantasette anni è stata portata fuori di casa su una barella. Migliaia di persone hanno protestato. Un governo ha portato una risposta in Parlamento. Il Parlamento l’ha respinta. Il presidente ha deciso che quella sconfitta meritava di tornare davanti agli elettori.

Possiamo discutere le sue leggi, i suoi errori, persino il calcolo politico che inevitabilmente accompagna una scelta del genere. Ma resta un fatto ormai abbastanza raro da sembrare quasi esotico: una decisione ha avuto una conseguenza.

Le parole sono importanti.

Responsabilità, per esempio, dovrebbe voler dire proprio questo.

Assumersi le conseguenze.


*Da oltre dieci anni lavoro nel Terzo Settore, un percorso cominciato come volontario in Servizio Civile e proseguito tra associazioni, cooperative e, oggi, Fondazione Amesci. Negli anni mi sono occupato di accoglienza e integrazione delle persone migranti, formazione dei volontari, Servizio Civile, progettazione sociale e coordinamento di reti che hanno coinvolto centinaia di enti e migliaia di giovani. Numeri abbastanza grandi da sembrare importanti e abbastanza concreti da insegnarti che, alla fine, dietro ogni progetto ci sono persone, problemi molto pratici e almeno un file Excel che nessuno vuole aprire. Le esperienze di mobilità europea e cooperazione internazionale, anche in Libano e Tunisia, mi hanno dato l’occasione di confrontarmi con realtà diverse e di allargare lo sguardo sui temi dell’inclusione, della partecipazione e della cittadinanza. È da questo osservatorio che provo a raccontare il mondo del sociale: conoscendone abbastanza bene le potenzialità per continuare a crederci, e abbastanza da sapere che ogni tanto anche le buone intenzioni meritano qualche domanda.