L’identità che non scegliamo

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di Giuseppe Balzano

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Dal primo ottobre Rai Scuola lascerà il canale 57 del digitale terrestre. Al suo posto arriverà “Italiana”, una rete dedicata al territorio, alle tradizioni e a quella che la stessa Rai definisce “identità italiana”. Rai Scuola, assicurano da Viale Mazzini, non scomparirà: vivrà su RaiPlay. Il problema, forse, non è soltanto cosa se ne va. Quanto la parola scelta per raccontare ciò che arriva.

La settimana scorsa parlavamo di volontariato e di quella singolare abitudine di chiamare partecipazione ciò che, quando comincia a prevedere selezione, formazione, turni e responsabilità, qualche vaga somiglianza con il lavoro finisce per averla.

Le parole sono importanti. Questa settimana affrontiamone una che sentiamo pronunciare sempre più spesso: identità.

Dal primo ottobre Rai Scuola non sarà più un canale autonomo del digitale terrestre. Al suo posto arriverà “Italiana”, il nuovo progetto Rai dedicato al racconto del Paese attraverso i suoi territori e le sue tradizioni. La decisione ha provocato le proteste delle opposizioni, un’interrogazione parlamentare del Partito Democratico e una petizione con oltre diecimila firme e c’è chi ha già parlato di “canale sovranista”.

Prima, però, concediamo alla Rai quello che va concesso. Rai Scuola ha ascolti molto bassi: 0,14% di share medio nel 2024, 0,13% nel 2025 e circa 0,09-0,10% nei primi mesi del 2026. Pensare che studenti e insegnanti possano trovare i contenuti didattici su una piattaforma on demand, invece di aspettare che passino in televisione alle 16.37 di un mercoledì, non sembra precisamente l’inizio del regime. La Rai sostiene che l’offerta educativa sarà mantenuta e rafforzata attraverso “RaiPlay Scuola e Learning”. Potrebbe perfino essere una buona idea.

Rimane una domanda: un servizio pubblico può valutare una funzione educativa soltanto attraverso lo share? E spostarla esclusivamente nel digitale non rischia di lasciare indietro chi ha meno familiarità con piattaforme, account e connessioni? Ma la questione più interessante comincia guardando cosa prende il posto di Rai Scuola.

La Rai presenta il nuovo canale come dedicato al racconto dell’“identità italiana sui territori”. Dovrà suscitare, e cito testualmente ciò che viene riportato nel comunicato dell’Ufficio Stampa della Rai, “emozioni identitarie e personali”, valorizzando il patrimonio materiale e culturale del Paese.

La questione comincia a cambiare quando tutto questo viene raccolto sotto una sola parola: identità. Raccontare i territori e le tradizioni è certamente servizio pubblico. Il problema arriva quando ciò viene chiamato identità italiana, come se l’identità di sessanta milioni di persone fosse sufficientemente ordinata da poter essere sistemata in un palinsesto tra un borgo medievale e una forma di pecorino.

L’Italia è certamente quella. Ma è anche un Paese attraversato da differenze profonde, da chi parte e da chi arriva, credente e laico, industriale e contadino, insomma, una quantità considerevole di contraddizioni.

L’identità di un Paese non è ciò che rimane quando abbiamo eliminato tutto quello che disturba la fotografia. È, di certo, anche ciò che disturba la fotografia.

Anche se non ha molto senso stabilire oggi che “Italiana” sarà necessariamente un canale sovranista: non abbiamo ancora visto un minuto di programmazione. Prendiamo invece la Rai sul serio. Vuole raccontare l’identità italiana? Benissimo. Allora racconti anche ciò che normalmente rovina la cartolina: lo spopolamento dietro i borghi, il lavoro povero dietro alcune eccellenze, chi è arrivato ieri e si sente italiano quanto chi può esibire l’albero genealogico fino a Garibaldi. Altrimenti, più che l’identità italiana, rischiamo di preparare un catalogo per turisti.

Inoltre, sul canale 57 non viene sostituito un programma qualsiasi, ma Rai Scuola: un canale il cui nome aveva almeno il pregio di spiegare a cosa servisse. Al suo posto arriva un progetto che affonda le proprie radici in una parola assai più scivolosa: identità.

Non perché alla Rai mancassero programmi dedicati all’Italia. Il racconto dell’Italia occupa già una parte generosa della televisione pubblica. Non siamo esattamente afflitti da una grave carenza di formaggi tipici, castelli e panoramiche al tramonto. Ben vengano, sia chiaro. Ma allora che cosa aggiunge la parola “identità”? Se si fosse voluto raccontare cultura e territorio, il vocabolario necessario sarebbe esistito già.

Si è scelto invece identità. E pesa, soprattutto in una stagione politica nella quale quella parola è diventata parte integrante del lessico di questo governo. Non significa che “Italiana” sarà necessariamente propaganda. Significa però che una parola così politicamente carica richiede attenzione. Anche perché l’operazione simbolica è singolare: si toglie spazio alla scuola e lo si assegna all’identità.

La scuola dovrebbe essere proprio il luogo nel quale un’identità viene conosciuta, discussa e confrontata con le altre. Ed, invece, si restringe lo spazio della scuola e si allarga quello destinato a raccontarci cosa dovrebbe essere l’Italia. Prima imparavamo la storia. Adesso, forse, ci spiegheranno direttamente chi siamo. Con il vantaggio evidente di risparmiare qualche passaggio intermedio.

L’identità si costruisce, cambia, si discute. La scuola, curiosamente, servirebbe anche a questo.

Orbene, finché l’identità serve a dire chi siamo su un documento, nulla quaestio. È una parola diligente, quasi innocua. I problemi cominciano quando dall’identità personale passiamo a quella collettiva. Perché lì sarebbe interessante capire di cosa stiamo parlando.

Qual è esattamente il carattere comune che dovrebbe permetterci di riconoscere un italiano? Il colore degli occhi? Il numero di messe frequentate nell’ultimo trimestre? La quantità di parmigiano nel frigorifero? Oppure l’odore? Pare che a molti giapponesi noi occidentali, grandi consumatori di latte e derivati, possiamo risultare vagamente odorosi di formaggio. Noi italiani, aggiungendo pizza e mozzarella, potremmo quindi arrivare finalmente a una definizione condivisa: l’italiano è un occidentale che, visto dal Giappone, profuma di pizza ai quattro formaggi. Non sarà la definizione immaginata a Viale Mazzini, ma almeno sarebbe semplice da verificare.

Il nocciolo della questione è qui. Quando una parola passa dal descrivere una persona al pretendere di definire sessanta milioni di persone, qualcuno deve decidere quali caratteristiche fanno parte dell’identità e quali possono essere lasciate fuori dall’inquadratura.

La settimana scorsa la parola era volontariato. Questa settimana è identità. In entrambi i casi il problema comincia quando una parola importante viene utilizzata per rendere più semplice qualcosa che semplice non è. Le parole servono a distinguere le cose. Quando cominciamo a usarle per confonderle, di solito una ragione c’è. E quasi mai è grammaticale.