Maranza, il nome che ci assolve

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di Giuseppe Balzano

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Quando la rabbia giovanile esplode in Francia, cerchiamo le cause nelle scuole e nel futuro. Quando arriva in Italia, basta una parola per trasformarla in un problema degli altri.

Quando succede in Francia, li chiamiamo studenti. Anche quando occupano i licei, bloccano le strade e si scontrano con la polizia, il racconto conserva almeno una domanda: che cosa sta succedendo nelle scuole francesi? Si parla di insegnanti che mancano, classi sovraffollate, edifici degradati e di un sistema universitario che molti ragazzi percepiscono come sempre più selettivo. La repressione non è stata affatto leggera: migliaia di giovani sono stati fermati, in larga parte minorenni. Eppure, il ministro dell’Istruzione ha incontrato le organizzazioni studentesche e il dibattito pubblico non è riuscito a cancellare completamente le ragioni della protesta. Dietro gli scontri continuavano a esserci degli studenti e una questione politica.

In Spagna la rabbia ha preso la forma della casa. Decine di migliaia di persone, moltissime giovani, sono scese in piazza contro affitti che divorano gli stipendi e rendono l’autonomia una pratica riservata a chi possiede già un appartamento, possibilmente ereditato. A Madrid il governo ha contato circa settantamila manifestanti. Nessuno ha pensato che il problema fosse il taglio dei loro pantaloni. Erano cittadini che chiedevano di poter abitare nella città in cui vivevano.

Poi la rabbia arriva in Italia. A Milano una manifestazione contro il carovita e le guerre è degenerata in scontri, saccheggi e devastazioni nel centro della città. La risposta politica è stata immediata: vertice sull’ordine pubblico, promesse di pene più severe e l’ormai inevitabile apparizione dei “professionisti del disordine”. Finalmente un problema con una soluzione semplice: più polizia. Nel racconto pubblico è comparsa rapidamente anche un’altra parola.

Maranza: una parola che decide in anticipo chi sei.

Non racconta un ragazzo che ha lanciato una pietra o infranto una vetrina. Lo trasforma in una categoria umana completa, con provenienza sociale, abbigliamento e perfino origini familiari già incluse nel prezzo. Una volta stabilito che sono maranza, il lavoro è praticamente finito. Non occorre più domandarsi perché siano in piazza, quale futuro immaginino o che rapporto abbiano con la scuola e con la città. Il problema sono loro. La società può considerarsi assolta.

I numeri, però, si discostano parecchio questa sommaria rappresentazione. Nel bilancio nazionale delle manifestazioni del 17 ottobre risultano ventotto persone arrestate. Dodici erano minorenni e soltanto sei straniere. La grande maggioranza, quindi, era italiana. A Milano, tra i ragazzi accompagnati in Questura, circa la metà non aveva ancora diciotto anni. Alcuni ne avevano dodici. Molti arrivavano dall’hinterland e dalle province lombarde e, secondo le prime ricostruzioni, non appartenevano a gruppi politici organizzati. Il giorno successivo, tra gli oltre duecento fermati, i minorenni erano circa l’ottanta per cento. Questa informazione dovrebbe preoccuparci molto più della presenza di qualche organizzazione estremista. Un’organizzazione si può sorvegliare. Un capo si può identificare. Un gruppo si può sciogliere.

Quando invece centinaia di adolescenti, senza una direzione riconoscibile, si ritrovano nel centro di una città e trasformano la propria rabbia in uno scontro confuso, il problema è più profondo. Significa che quella rabbia non ha avuto bisogno di qualcuno che la organizzasse. Ha già trovato abbastanza ragioni per esistere.

Sono ragazzi cresciuti qui. Frequentano, o dovrebbero frequentare, le nostre scuole. Vivono nelle nostre periferie e nelle nostre province. Sono figli della società italiana, non un fenomeno importato oltre confine insieme a una felpa con il cappuccio. La violenza non diventa giusta per questo. Ma diventa comprensibile nel senso letterale del termine: qualcosa di cui bisogna comprendere le cause. È molto più comodo contare i vetri che chiedersi che cosa stia crescendo dietro di essi.

Questi ragazzi vedono scuole che chiedono sacrifici e offrono prospettive sempre più fragili. Vedono lavori poveri, affitti irraggiungibili e un’autonomia rinviata a un’età nella quale i loro genitori avevano già costruito una famiglia. L’Italia investe nell’istruzione una quota del prodotto interno lordo inferiore alla media dei Paesi OCSE, mentre il governo ha rivendicato per il 2026 una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8 per cento del PIL.

Per la scuola e per i giovani, invece, la risposta continua spesso a essere una richiesta di pazienza. Studiate. Formatevi. Siate responsabili. Aspettate.

Poi, quando la pazienza finisce male, scopriamo che il problema era la loro educazione.

Il confronto con la Francia non serve a idealizzare i francesi, che hanno risposto alle proteste con arresti di massa e un uso della forza contestato da più parti. Serve a mostrare una differenza nel racconto. Quando la rabbia esplode altrove, riusciamo ancora a leggerla come il sintomo di una crisi sociale. Quando esplode qui, la trasformiamo in devianza.

Così il governo può convocare un vertice sulla sicurezza invece di interrogarsi sulle condizioni materiali nelle quali stanno crescendo quei ragazzi. Per il primo servono agenti e nuove norme. Per il secondo servirebbero investimenti, case accessibili, scuole dignitose e una prospettiva credibile.

La parola maranza serve precisamente a evitare questa discussione. Suggerisce che quei giovani siano estranei alla società che li ha prodotti. Permette di considerarli un problema di polizia e non il risultato di scelte politiche. Ma chiamarli tutti maranza serve a un’altra cosa: convincerci che non abbiano nulla a che fare con noi.

Se sono giovani italiani, molti dei quali minorenni, il problema riguarda anche il Paese che gli abbiamo consegnato. Le parole sono importanti. In Francia erano studenti. In Spagna erano giovani senza casa. In Italia diventano maranza.

Non perché siano diversi.

Perché chiamarli così ci permette di non riconoscerli.

E soprattutto di non riconoscerci.


* Da oltre dieci anni lavoro nel Terzo Settore, un percorso cominciato come volontario in Servizio Civile e proseguito tra associazioni, cooperative e, oggi, Fondazione Amesci. Negli anni mi sono occupato di accoglienza e integrazione delle persone migranti, formazione dei volontari, Servizio Civile, progettazione sociale e coordinamento di reti che hanno coinvolto centinaia di enti e migliaia di giovani. Numeri abbastanza grandi da sembrare importanti e abbastanza concreti da insegnarti che, alla fine, dietro ogni progetto ci sono persone, problemi molto pratici e almeno un file Excel che nessuno vuole aprire. Le esperienze di mobilità europea e cooperazione internazionale, anche in Libano e Tunisia, mi hanno dato l’occasione di confrontarmi con realtà diverse e di allargare lo sguardo sui temi dell’inclusione, della partecipazione e della cittadinanza. È da questo osservatorio che provo a raccontare il mondo del sociale: conoscendone abbastanza bene le potenzialità per continuare a crederci, e abbastanza da sapere che ogni tanto anche le buone intenzioni meritano qualche domanda.