Il Servizio Civile e la responsabilità di una società coerente
di Enrico Maria Borrelli
Presidente Fondazione Amesci

Le manifestazioni che negli ultimi giorni hanno interessato numerose città italiane, con una significativa presenza di giovani, richiamano l'attenzione su questioni che meritano di essere affrontate con equilibrio, evitando tanto le semplificazioni quanto le contrapposizioni che spesso accompagnano il dibattito pubblico.
La libertà di manifestare il proprio pensiero e di esprimere il dissenso costituisce un elemento essenziale della vita democratica. Gli episodi di violenza, che non possono trovare giustificazione nell'esercizio di tale libertà, richiedono una risposta ferma e proporzionata. Ma la necessaria distinzione tra dissenso e violenza non esaurisce il compito delle istituzioni, chiamate anche a comprendere le condizioni sociali, economiche e culturali nelle quali maturano le inquietudini delle nuove generazioni.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel recente intervento in occasione della consegna delle onorificenze al Merito del Lavoro, ha ricondotto le prospettive delle nuove generazioni a «una questione sociale», che interpella le istituzioni e tutte le forze della società. Un richiamo alla necessità di costruire condizioni concrete di lavoro e di vita, nelle quali i giovani possano trovare opportunità di realizzazione personale e professionale. Una prospettiva che invita a considerare l'educazione alla cittadinanza non come un'esperienza isolata, ma come parte di una più ampia responsabilità pubblica.
In questo contesto, un recente articolo di Vita propone una riflessione sulla domanda di partecipazione espressa dai giovani attraverso il Servizio Civile Universale, interrogandosi sull'opportunità di continuare a lasciare senza risposta decine di migliaia di candidature.
È una questione meritevole di attenzione. Nell'ultimo bando ordinario, quello del 2026, sono state presentate quasi 158.000 domande a fronte di poco più di 66.000 posti disponibili. Numeri che confermano un interesse significativo per un'esperienza capace di coniugare impegno personale, formazione e utilità sociale.
Occorre tuttavia distinguere la legittima aspirazione a partecipare dall'esistenza di un diritto incondizionato all'ammissione. Il Servizio Civile è una politica pubblica, organizzata attraverso programmi, progetti, procedure selettive e risorse necessariamente definite. La presenza di candidature superiori ai posti disponibili non configura, di per sé, una lesione di diritti, né permette di assimilare la mancata ammissione a una negazione del diritto di partecipare alla vita civile e democratica.
Questo non riduce l'importanza di ampliare, quando possibile, le occasioni di partecipazione, assicurandone qualità, accessibilità ed equa distribuzione territoriale.
Ma la questione, a ben vedere, è più ampia.
Il Servizio Civile rappresenta una delle esperienze più significative attraverso le quali la Repubblica promuove la partecipazione responsabile dei giovani alla vita delle comunità. La sua finalità costituzionale di difesa non armata e nonviolenta della Patria si realizza anche attraverso l'incontro con le fragilità sociali, la cura dei beni comuni, l'educazione alla solidarietà e l'esercizio concreto della responsabilità.
È un patrimonio che va riconosciuto e sostenuto. Sarebbe tuttavia improprio attribuirgli la capacità di risolvere, da solo, le difficoltà che attraversano la condizione giovanile.
Un giovane può maturare, durante l'esperienza di Servizio Civile, una maggiore consapevolezza dei propri doveri e dei propri diritti, sviluppare competenze e consolidare il proprio rapporto con le istituzioni. Al termine di quel percorso, però, torna a confrontarsi con la realtà quotidiana: le difficoltà di accesso a un lavoro adeguatamente retribuito, il costo delle abitazioni, la sostenibilità delle spese familiari, le disuguaglianze territoriali nell'accesso ai servizi e le incertezze che accompagnano la costruzione di un progetto di vita autonomo.
Difficoltà rese ancora più complesse dall'instabilità internazionale, dalla persistenza di conflitti e dalle loro conseguenze economiche e sociali, che incidono sulle prospettive delle famiglie e sulla fiducia nel futuro.
È ragionevole, allora, domandarsi quale continuità possa avere un percorso di educazione alla cittadinanza se il contesto nel quale quella cittadinanza deve essere esercitata continua a presentare ostacoli che il singolo giovane non è nelle condizioni di superare.
Non è una ragione per ridimensionare il Servizio Civile. Al contrario, è una ragione per collocarlo correttamente nell'insieme delle politiche pubbliche, riconoscendone la specificità e preservandolo dall'attribuzione di responsabilità che non gli appartengono.
L'educazione civica non può essere affidata a una singola esperienza, così come la fiducia nelle istituzioni non può fondarsi esclusivamente sulla trasmissione di valori e principi. Ha bisogno di trovare riscontro nella qualità delle decisioni pubbliche, nella concreta accessibilità delle opportunità e nella capacità delle istituzioni di offrire risposte credibili ai bisogni delle persone.
Per questa ragione, il confronto sulle manifestazioni giovanili e quello sull'ampliamento del Servizio Civile dovrebbero concorrere a una riflessione più generale. Non per sovrapporre fenomeni differenti o ricercare risposte immediate a problemi complessi, ma per interrogare l'intera società sulla coerenza tra le responsabilità che chiediamo ai giovani di assumere e le condizioni che mettiamo loro a disposizione per esercitarle.
La politica, le istituzioni, il mondo dell'educazione, le organizzazioni sociali e le realtà economiche sono chiamati, ciascuno nell'ambito delle proprie responsabilità, a contribuire a questa coerenza.
Il Servizio Civile può insegnare ai giovani a sentirsi parte della Repubblica, ma è responsabilità della Repubblica creare, nella vita di ogni giorno, le condizioni perché quel senso di appartenenza possa consolidarsi e durare nel tempo.