La grammatica dell'esclusione - editoriale

di Giuseppe Balzano
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editoriale balzano giuseppe Le parole sono importanti. Alcune, però, sembrano diventarlo di più soprattutto quando riguardano gli altri.

Una di queste è integrazione.

Da qualche settimana la cittadinanza italiana è tornata nel dibattito politico e, tra le proposte discusse, c’è anche quella di estendere l’obbligo di dimostrare una conoscenza dell’italiano almeno di livello B1 agli stranieri nati in Italia e qui residenti fino alla maggiore età.

La discussione è interessante anche perché la conoscenza dell’italiano come requisito per ottenere la cittadinanza non nasce oggi. Nasce nel 2018, con il decreto Sicurezza firmato dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini: per le domande di cittadinanza per matrimonio e naturalizzazione venne introdotto l’obbligo di dimostrare una conoscenza della lingua italiana non inferiore al livello B1.

Che conoscere la lingua del Paese in cui si vive sia utile non dovrebbe richiedere grandi dispute ideologiche. Serve per lavorare, orientarsi, capire i propri diritti e partecipare alla vita pubblica. Ma quando lo Stato pretende un risultato, senza favorire il percorso per raggiungerlo, c’è qualcosa che non va.

Proprio nel 2018, infatti, mentre la conoscenza dell’italiano diventava un requisito formale per la cittadinanza, cambiava profondamente anche il sistema dell’accoglienza. La direttiva del Viminale di luglio stabiliva una distinzione netta: ai richiedenti asilo sarebbero stati garantiti essenzialmente i servizi della prima accoglienza; gli interventi finalizzati all’inclusione sociale sarebbero stati riservati soprattutto a chi aveva già ottenuto una forma di protezione.

Pochi mesi dopo arrivò il nuovo capitolato per i centri di accoglienza. Il dossier del Servizio Studi della Camera descrive bene il cambio di impostazione: rispetto al capitolato precedente non erano più ricompresi tra i servizi quelli finalizzati all’integrazione, tra cui i corsi di lingua italiana e l’orientamento al territorio.

Nello stesso anno, dunque, lo Stato riusciva a dire, con notevole serenità, due cose palesemente in contrasto. La prima: per diventare italiano devi conoscere la nostra lingua. La seconda: mentre aspetti di sapere se potrai restare qui, insegnarti quella lingua non è necessariamente compito del sistema di accoglienza.

È una concezione dell’integrazione molto creativa.

Integrati. Ma possibilmente arrangiati. Un po’ come dire che il prezzo della benzina sale, continuerà a salire e il governo, poverino, non può farci molto: quindi o vi rassegnate o vi attrezzate. Passano gli anni, cambiano i temi, ma certe forme di dialettica hanno una resistenza ammirevole.

Nel 2020 il Governo Conte II riaprì ai richiedenti protezione internazionale, nei limiti dei posti disponibili, l’accesso al SAI, riportando l’integrazione dentro il sistema ordinario dell’accoglienza. Non solo vitto e alloggio, quindi, ma anche lingua, orientamento, formazione e accompagnamento verso l’autonomia.

Con il decreto Cutro del 2023, l’attuale governo ha invertito quella scelta, escludendo nuovamente la maggior parte dei richiedenti asilo dall’accesso ordinario al SAI, salvo alcune categorie vulnerabili.

La differenza è sostanziale. Il SAI nasce per accompagnare la persona verso una vita autonoma nella comunità in cui vive. La prima accoglienza, invece, serve soprattutto a garantire le condizioni materiali durante l’esame della domanda.

Nel 2024 il governo ha reintrodotto nei capitolati la possibilità di organizzare corsi di italiano e altre attività formative, anche tramite soggetti esterni. Ma resta una possibilità dentro un sistema che non ha nell’integrazione il proprio asse centrale.

In altre parole, prima l’integrazione faceva parte del percorso. Oggi, per molti richiedenti asilo, può diventare qualcosa che eventualmente si aggiunge.

E non è esattamente la stessa cosa.

Il paradosso è che poi quello stesso Stato pretende che, al momento della cittadinanza, quella persona dimostri di conoscere l’italiano e di essersi integrata.

Per una certa idea delle politiche migratorie, insomma, l’integrazione viene dopo. Prima bisogna stabilire se puoi rimanere. Poi, eventualmente, cominciamo ad aiutarti a diventare parte della società nella quale, nel frattempo, stai già vivendo.

Il problema è che le procedure possono durare mesi, a volte anni. Nel frattempo, una persona non resta in modalità pausa. Vive. Cerca un medico, prende un autobus, prova a lavorare, va a fare la spesa, incontra persone, impara parole. Fa, in sostanza, tutte quelle cose che compongono una vita mentre l’amministrazione dello Stato decide se quella vita avrà diritto a continuare qui.

Trattare durante quel periodo la lingua e l’autonomia come accessori significa avere dell’accoglienza una concezione essenzialmente amministrativa: conservare una persona da qualche parte mentre lo Stato decide cosa farne. È anche un modo singolare di parlare continuamente di sicurezza. Ma una persona lasciata per mesi senza un percorso serio di lingua, orientamento e autonomia non resta semplicemente ferma ad aspettare. Rischia di diventare più isolata, più povera e più dipendente da reti informali, spesso proprio quelle che prosperano dove lo Stato arretra.

Se davvero si vuole ridurre marginalità e conflitti sociali, il modo meno intelligente è prendere persone già vulnerabili, tenerle ai margini e poi stupirsi quando quell’esclusione produce problemi.

Perché conoscere la lingua, comprendere le regole e riuscire progressivamente a muoversi da soli nella società non sono concessioni sentimentali agli stranieri. Sono strumenti elementari per ridurre isolamento e marginalità.

Poi arriva il momento della cittadinanza. E lì, improvvisamente, la lingua torna importantissima. Devi dimostrare di conoscerla.

Ma cosa ha fatto lo Stato perché quella persona potesse impararla?

Esistono due modi molto diversi di intendere l’integrazione. Il primo è considerarla un esame: noi fissiamo i requisiti, tu li superi. Se fallisci, il problema diventa immediatamente tuo. Il secondo è considerarla una politica pubblica: se ti chiediamo di imparare la lingua e di partecipare alla società, costruiamo anche le condizioni perché tu possa farlo.

È un patto, non una corsa a ostacoli organizzata da chi poi si stupisce se qualcuno inciampa.

Da anni convivono così due idee quasi opposte nelle nostre politiche migratorie. Da una parte chiediamo integrazione. Dall’altra restringiamo proprio gli strumenti che dovrebbero renderla possibile per chi è ancora dentro il percorso di accoglienza.

Le parole sono importanti.

Se diciamo che una persona deve integrarsi, dobbiamo decidere cosa significa davvero quel verbo.

Integrazione significa creare le condizioni perché chi arriva possa conoscere la lingua, capire la società e costruire una propria autonomia, la responsabilità non può essere soltanto sua. Una parte è anche nostra.

Perché non si può chiedere integrazione dopo aver ridotto proprio le condizioni che la rendono possibile.

 

*Da oltre dieci anni lavoro nel Terzo Settore, un percorso cominciato come volontario in Servizio Civile e proseguito tra associazioni, cooperative e, oggi, Fondazione Amesci. Negli anni mi sono occupato di accoglienza e integrazione delle persone migranti, formazione dei volontari, Servizio Civile, progettazione sociale e coordinamento di reti che hanno coinvolto centinaia di enti e migliaia di giovani. Numeri abbastanza grandi da sembrare importanti e abbastanza concreti da insegnarti che, alla fine, dietro ogni progetto ci sono persone, problemi molto pratici e almeno un file Excel che nessuno vuole aprire. Le esperienze di mobilità europea e cooperazione internazionale, anche in Libano e Tunisia, mi hanno dato l’occasione di confrontarmi con realtà diverse e di allargare lo sguardo sui temi dell’inclusione, della partecipazione e della cittadinanza. È da questo osservatorio che provo a raccontare il mondo del sociale: conoscendone abbastanza bene le potenzialità per continuare a crederci, e abbastanza da sapere che ogni tanto anche le buone intenzioni meritano qualche domanda.