Fare spazio
di Giuseppe Balzano
Bolzano costruisce reti, Firenze apre un luogo, Napoli possiede già comunità ed edifici. Manca una politica stabile capace di tenere insieme tutto.
Le parole sono importanti. Questa settimana la parola è spazio.
Sembra semplice, finché lo spazio deve diventare un luogo vero, con una porta, delle chiavi, la luce accesa e qualcuno disposto a pagare la bolletta. A quel punto entrano in scena la politica, i regolamenti e le abilità delle amministrazioni di trasformare un bisogno evidente in una procedura.
A Firenze, nel quartiere Novoli, circa seicento ragazzi hanno trovato un posto dentro un centro commerciale. DesTEENazione è un programma nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, finanziato attraverso il Programma Nazionale Inclusione e lotta alla povertà 2021-2027.ed è rivolto agli adolescenti e ai giovani dagli undici ai ventuno anni. Ci si può studiare, giocare, registrare un podcast, partecipare a un laboratorio o parlare con educatori e psicologi. Si può anche stare lì senza fare nulla, attività che a quattordici anni ritengo faccia bene.
La parte più interessante riguarda la programmazione, costruita in parte insieme ai ragazzi. La Sala Chill, per esempio, nasce da una richiesta precisa: avere un posto dove rilassarsi. Gli studenti hanno scelto il nome e l’arredamento, contribuendo a realizzare lo spazio. In questo modo smettono di essere semplici destinatari di un servizio e cominciano ad abitarlo davvero.
A Bolzano l’intuizione segue un’altra strada. I Poli Educativi Territoriali collegano stabilmente scuole e centri giovani. Sono diciotto, distribuiti in sei città, e coinvolgono ventisei istituti e sedici centri. Una figura socio-culturale accompagna il passaggio tra il tempo scolastico e ciò che accade fuori, nei quartieri e nelle associazioni.
Il ragazzo, quindi, incontra le opportunità durante la propria giornata. Nei corridoi, nei cortili, durante la ricreazione. Nessuno pretende che le scopra da solo consultando il sito istituzionale e sviluppando, a sedici anni, una precoce passione per la modulistica.
Firenze crea un luogo riconoscibile, aperto anche a chi entra senza portarsi dietro una diagnosi sociale. Bolzano costruisce una rete, così scuola, servizi e Terzo Settore possono finalmente lavorare insieme invece di procedere in parallelo, ciascuno con il proprio progetto.
In entrambi i casi la prevenzione comincia prima che il disagio diventi emergenza. Offre relazioni, fiducia e possibilità. È difficile osservare queste esperienze senza pensare al Sud e, in particolare, a Napoli. Non per importare il modello altoatesino o quello fiorentino ma perché Napoli possiede già un patrimonio diverso e, per certi versi, più radicale: edifici pubblici lasciati vuoti per anni e comunità che, in alcuni casi, hanno deciso di riaprirli.
Dall’ex Asilo Filangieri all’ex OPG, passando per Villa Medusa, il lido Pola e lo Scugnizzo Liberato e altre esperienze di uso civico, gruppi di cittadini hanno recuperato luoghi abbandonati e li hanno restituiti alla città. In diversi casi il Comune ha successivamente riconosciuto formalmente quella funzione collettiva.
Napoli, insomma, potrebbe tenere insieme le lezioni di Firenze e Bolzano con la propria storia. La rete stabile tra scuole, centri giovanili e associazioni potrebbe incontrare luoghi aperti e riconoscibili, affidati attraverso accordi trasparenti alle comunità territoriali. Ai ragazzi andrebbe lasciato un potere reale sulle attività e sull’uso degli spazi. Ogni quartiere, del resto, pone domande diverse. Scampia, Bagnoli, Ponticelli e il centro storico non hanno bisogno dello stesso progetto ripetuto quattro volte, cambiando soltanto l’indirizzo. La parola territoriale dovrebbe significare proprio questo, invece di limitarsi a decorare il titolo di un bando.
Napoli possiede anche una straordinaria densità di relazioni, associazioni, gruppi informali e pratiche di mutuo aiuto. Altrove servono mesi di tavoli tecnici per costruire ciò che qui esiste già. La materia prima abbonda. Serve un’amministrazione capace di riconoscerla, sostenerla e chiederle responsabilità senza soffocarla sotto una montagna di procedure.
Ma il nodo vero resta la continuità. Siamo bravissimi ad aprire un progetto e molto meno ad aprire un servizio. Il progetto dura tre anni, coinvolge famiglie, forma operatori e diventa importante per un quartiere. Poi termina il finanziamento e tutti tornano a cercare il bando successivo.
Anche DesTEENazione nasce dentro un investimento triennale e a Firenze già si interrogano sulla prosecuzione. È la domanda giusta. Una comunità educante difficilmente può avere la stessa scadenza di una confezione di yogurt.
Per anni chiediamo ai ragazzi di partecipare, diventare responsabili e avere fiducia nelle istituzioni. Poi offriamo loro spazi temporanei, servizi legati alla durata di un finanziamento e pochissimo potere effettivo. Un centro giovanile non risolve il caro vita. Una Sala Chill non ripara il soffitto di una scuola e un laboratorio di podcast non sostituisce una politica per il lavoro o per la casa. Ma luoghi stabili, relazioni educative e possibilità concrete di partecipare costruiscono qualcosa che oggi manca: un canale attraverso il quale il disagio possa diventare parola prima di diventare soltanto rabbia.
Significa ricordarsi dei giovani quando chiedono luoghi da abitare e non soltanto quando occupano una scuola. Perché una città che non offre ai ragazzi nessuno spazio reale non dovrebbe stupirsi se, prima o poi, quello spazio viene cercato altrove. A volte bene. A volte male.
Le parole sono importanti.
Questa settimana la parola è spazio.
Forse una politica per i giovani potrebbe cominciare proprio da lì.
Da una porta chiusa.
E dalla decisione di aprirla prima che a farlo sia la rabbia.