La guerra che non stiamo vedendo

di Enrico Maria Borrelli,
Presidente Fondazione Amesci

borrelli editoriale dicembre 2025

Ci sono parole che sopravvivono al loro significato. Continuiamo a pronunciarle, ma finiamo per attribuire loro un senso diverso da quello che avevano quando sono entrate nella nostra storia repubblicana. Patria è una di queste. Da qualche anno è tornata con forza nel lessico politico, talvolta come richiamo identitario, altre volte come bandiera polemica, quasi appartenesse più ad alcuni che all’intera comunità nazionale. Eppure la Costituzione ci consegna un’idea di Patria più ampia ed esigente, perché la lega alla Repubblica, ai diritti, ai doveri, alla solidarietà e alla partecipazione. Vale forse la pena tornare a leggerla da lì.

Viviamo una stagione nella quale anche la parola guerra è tornata a occupare il centro del dibattito pubblico. Le immagini che arrivano dall’Ucraina, dal Medio Oriente e dagli altri scenari di crisi ci ricordano quanto fragile sia diventato l’equilibrio internazionale e quanto sia necessario interrogarsi sulla sicurezza, sulla difesa, sul ruolo dell’Europa e delle democrazie occidentali. Sarebbe irresponsabile ignorare tutto questo.

Ma ogni epoca corre anche un altro rischio: concentrare lo sguardo sulla minaccia più evidente, senza accorgersi delle trasformazioni che, silenziosamente, modificano la qualità della convivenza dentro le nostre società.

La generazione che scrisse la Costituzione conosceva bene questa differenza. Aveva attraversato una guerra mondiale, conosciuto la dittatura e vissuto qualcosa di ancora più doloroso: una guerra civile, nella quale il nemico non parlava una lingua diversa, ma la stessa lingua; non apparteneva a un altro popolo, ma allo stesso popolo. Per questo la Costituzione non nacque soltanto come atto fondativo di un nuovo ordinamento democratico. Nacque come promessa di pace civile, come tentativo di trasformare una comunità lacerata in una comunità politica.

E’ proprio da qui che dovremmo tornare a interrogarci.

Le democrazie occidentali stanno attraversando trasformazioni che non riguardano soltanto gli equilibri geopolitici. Riguardano il legame che tiene insieme le loro comunità. Lo raccontano le tensioni sociali della Francia, la crescita dei movimenti radicali in Germania, le fratture della società americana, l’irrigidimento del confronto politico e civile in molte democrazie europee. Ogni Paese ha la propria storia e le proprie ferite che non possiamo certo sovrapporre, ma sarebbe altrettanto miope ignorare ciò che sembrano avere in comune.

Le democrazie non si indeboliscono soltanto quando cresce la violenza. Si indeboliscono anche quando cambia il confine di ciò che una comunità considera accettabile. Ogni comunità democratica vive anche di un patrimonio condiviso di valori, parole e comportamenti che nessuno avverte il bisogno di rimettere continuamente in discussione. È quel patrimonio che ci fa reagire quando qualcuno lo tradisce: non soltanto perché viene violata una regola, ma perché si incrina un’idea comune di rispetto, di dignità, di riconoscimento reciproco. Quando quel confine arretra, ciò che fino a poco tempo prima ci avrebbe indignati smette lentamente di sorprenderci. Ed è proprio allora che la violenza, prima ancora di manifestarsi, comincia a diventare pensabile.

Ci si abitua senza accorgersene, le parole perdono il peso che avevano. Espressioni che soltanto qualche anno prima avrebbero suscitato disagio entrano con naturalezza nel confronto pubblico. Il compromesso, che rappresenta una delle forme più alte della politica democratica, viene raccontato come una rinuncia; la mediazione si confonde con l’ambiguità, la complessità con l’inconcludenza. Poco alla volta si affievolisce l’idea che il confronto possa produrre una sintesi e prende spazio la convinzione che ogni differenza debba risolversi nella vittoria di una parte e nella sconfitta dell’altra.

Anche il nostro sguardo cambia. Le persone finiscono per scomparire dietro le categorie con cui le nominiamo. Il migrante diventa il simbolo di una paura, prima ancora di essere riconosciuto nella sua storia. Il povero smette di interrogare la coscienza civile e diventa il responsabile della propria condizione. Il vicino non è più qualcuno con cui condividere un destino comune, ma il rappresentante di un’appartenenza: straniero, privilegiato, escluso, élite, periferia. È così che il riconoscimento reciproco lascia lentamente spazio alla classificazione, e la comunità si trasforma in una somma di identità che faticano sempre più a considerarsi parte della stessa Repubblica.

Questo cambiamento non riguarda soltanto il modo in cui guardiamo gli altri. Riguarda anche il modo in cui guardiamo le istituzioni.

Il Parlamento rischia di essere percepito meno come il luogo nel quale una comunità cerca, faticosamente, un equilibrio tra interessi differenti e più come un ostacolo alla rapidità delle decisioni. Alla politica si domanda sempre meno di ricomporre i conflitti e sempre più di rappresentarli, interpretarli, talvolta amplificarli. Le istituzioni, nate per offrire uno spazio comune, vengono trascinate nella logica delle appartenenze; e quando l’appartenenza prevale sull’argomentazione, persino la ricerca della verità rischia di apparire meno importante della fedeltà al proprio schieramento.

Il punto decisivo non è stabilire quando una democrazia abbia oltrepassato una soglia, ma accorgersi che quella soglia si sta spostando. Ciò che ieri avrebbe suscitato una reazione collettiva oggi viene tollerato, poi giustificato, infine assunto come parte ordinaria del confronto pubblico. È in questo arretramento della sensibilità democratica che il reciproco riconoscimento si indebolisce: cittadini divisi da idee, interessi e visioni del mondo differenti continuano formalmente a condividere la stessa Repubblica, ma faticano sempre più a considerarsi parte della medesima comunità politica.

È dentro questo progressivo indebolimento del legame repubblicano che può maturare anche il rischio di una guerra civile. Non come destino inevitabile, né come previsione consegnata al prossimo futuro, ma come possibilità che si apre quando una parte consistente della società non riconosce più l’altra come componente legittima della comunità politica, quando le istituzioni cessano di essere considerate il luogo comune della composizione e la forza comincia a sembrare uno strumento giustificabile. Le armi, quando arrivano, rappresentano l’ultimo atto di una frattura cominciata molto prima: nel linguaggio, nello sguardo e nella progressiva riduzione del significato della parola “noi”.

È qui che emerge una delle fragilità più profonde delle democrazie liberali. La loro forza consiste nel garantire la libertà di pensiero, di espressione, di associazione e di manifestazione. Ma quella libertà continua a esistere soltanto se rimane ancorata al principio costituzionale che la rende possibile: il riconoscimento della pari dignità di ogni persona. Quando tornano a diffondersi culture che negano quel principio — il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo, l’omofobia, la misoginia, il nazionalismo esasperato, le nostalgie autoritarie — non siamo semplicemente davanti a opinioni più radicali di altre. Siamo davanti a idee che mettono in discussione il presupposto sul quale la convivenza repubblicana è stata ricostruita dopo le tragedie del Novecento.

È proprio a questo punto che vale la pena tornare alla parola Patria.

La Costituzione sembra suggerirne un significato distante sia dalla retorica identitaria sia dall’imbarazzo con cui talvolta è stata pronunciata. La Patria non coincide con l’omologazione di chi la abita e non è l’insieme di persone rese uguali da una sola identità. È il nome che la Costituzione dà a una comunità capace di tenere insieme le proprie differenze, riconoscendole parte di una storia comune e di un comune destino repubblicano.

Libertà e solidarietà. Diritti e doveri. Pluralismo e responsabilità. La Costituzione non li ha mai pensati come parole contrapposte. Formano un unico lessico repubblicano. È il nostro dibattito pubblico ad averli progressivamente separati, come se alcune di quelle parole appartenessero alla destra e altre alla sinistra.

Se questa lettura contiene almeno una parte di verità, allora anche la difesa della Patria merita di essere riletta alla luce del nostro tempo. Difenderla significa certamente proteggerne i confini. Ma significa anche custodire il tessuto civile che rende quei confini la casa di una comunità e non soltanto il perimetro di uno Stato. Significa proteggere le condizioni della pace civile, rafforzare la fiducia nelle istituzioni, restituire dignità alla partecipazione e impedire che le disuguaglianze, l’esclusione e la paura trasformino le differenze in fratture insanabili.

È dentro questa riflessione che il Servizio Civile Universale rende nuovamente visibile il significato originario che l’ordinamento gli attribuisce: concorrere alla difesa della Patria con mezzi e attività non armati e nonviolenti. Non si tratta di una formula evocativa. È il riconoscimento di un’idea di difesa radicata nella Costituzione e nella consapevolezza che la sicurezza della Repubblica dipende anche dalla qualità dei legami che uniscono i suoi cittadini, dalla cultura della solidarietà, dalla partecipazione, dalla conoscenza delle istituzioni e dall’esperienza concreta del servizio al bene comune.

Per questa ragione quella funzione appare oggi persino più attuale di quando venne formulata. Se il rischio che attraversa le democrazie è anche la progressiva dissoluzione del reciproco riconoscimento, educare le nuove generazioni a vivere la Repubblica, a incontrarne le fragilità, a curarne i beni comuni e a conoscere il valore delle istituzioni non costituisce un’attività laterale rispetto alla difesa della Patria. Ne rappresenta una delle forme più coerenti con le minacce del nostro tempo.

Ogni generazione è chiamata a restituire alle parole il significato che ha ricevuto in eredità, senza smettere di interrogarle alla luce del proprio tempo. Anche la nostra dovrà certamente chiedersi come difendere la Patria dalle guerre combattute ai suoi confini. Ma, forse, dovrà interrogarsi con la stessa urgenza su come custodire ciò che rende possibile la pace civile all’interno dei suoi confini.

Perché la forma più esigente della difesa della Patria comincia molto prima delle guerre: ogni volta che una comunità sceglie di continuare a riconoscersi parte della stessa Repubblica, pur nelle sue differenze.