La democrazia e gli uomini imperfetti.

di Enrico Maria Borrelli

borrelli editoriale dicembre 2025

C’è stato un tempo, neppure troppo lontano, nel quale il progresso aveva una forma abbastanza semplice da riconoscere. Una famiglia poteva misurarlo nel figlio che studiava più a lungo del padre, nella casa conquistata dopo anni di lavoro, in una cura diventata accessibile, in una pensione che prometteva una vecchiaia meno incerta. Non era un mondo più giusto del nostro. Molti diritti non esistevano, molte disuguaglianze venivano accettate con una naturalezza che oggi ci apparirebbe intollerabile. E tuttavia esisteva, soprattutto nel lungo dopoguerra europeo, una sensazione che ha contato molto nella costruzione delle nostre democrazie: quella di essere in cammino.

Il domani, almeno per una parte consistente della società, sembrava poter essere migliore dell’oggi.
Non è un dettaglio. Le democrazie non hanno consolidato il proprio prestigio soltanto perché garantivano il voto, la separazione dei poteri o la libertà di espressione. Lo hanno fatto anche perché, per alcune generazioni e in molti Paesi occidentali, sono state associate alla crescita dell’istruzione, della protezione sociale, delle opportunità, dei consumi, dell’aspettativa di vita. Libertà e progresso hanno camminato abbastanza a lungo nella stessa direzione da farci pensare che sarebbero rimasti naturalmente insieme.
Oggi quella certezza è meno solida.
Nella primavera del 2026 il Pew Research Center ha rilevato che il 62% degli italiani intervistati era insoddisfatto del modo in cui funziona la democrazia nel proprio Paese. La mediana di 16 democrazie ad alto reddito era del 54%. Sono dati che vanno maneggiati con attenzione: essere insoddisfatti del funzionamento della democrazia non significa desiderarne la fine. Ma sarebbe altrettanto imprudente considerarli soltanto il cattivo umore di società diventate più esigenti.
Forse una parte di quella stanchezza nasce anche da qualcosa di molto meno solenne della crisi delle ideologie, della geopolitica o della trasformazione degli equilibri mondiali. Nasce dalla vita quotidiana.
Nel tempo abbiamo giustamente preteso società più attente alla sicurezza, all’ambiente, al lavoro, alla trasparenza, alla privacy, ai consumatori, ai minori, ai più fragili. Abbiamo costruito tutele che sarebbe sbagliato rimpiangere di non avere più. Il problema comincia quando osserviamo il risultato dalla parte di chi deve tenere insieme tutto.
Ogni regola, guardata da sola, può avere un’ottima ragione. Anche ogni adempimento. Anche ogni controllo. È la somma che nessuno sembra incaricato di guardare.
Un cittadino deve conoscere i propri obblighi fiscali, rispettare quelli amministrativi, comprendere quelli ambientali, aggiornarsi su quelli che derivano dal proprio lavoro. Nel frattempo, naturalmente, deve essere un genitore presente, seguire la scuola dei figli, accompagnarli nella crescita, proteggerli dai pericoli della rete, occuparsi dei genitori quando invecchiano, curare la propria salute, partecipare possibilmente alla vita della comunità.
Tutto giusto.
Il piccolo inconveniente è che la giornata continua ostinatamente a durare ventiquattro ore. Lo Stato conosce tutti i nostri doveri. Molto più raramente conosce la loro somma. Non è una distinzione da poco, perché l’uomo sul quale costruiamo le nostre regole non è l’uomo che poi le deve rispettare. Il primo sembra avere tempo, competenze, lucidità, informazioni e una discreta familiarità con la modulistica. Il secondo dimentica una scadenza, non comprende una circolare, porta un figlio dal medico, perde un treno, lavora fino a tardi, qualche volta sbaglia. È, insomma, un essere umano.
La fragilità non è una deviazione dalla natura umana. Ne fa parte. Così come ne fanno parte capacità differenti, condizioni di partenza differenti, caratteri differenti. Una comunità non è composta da milioni di persone ugualmente informate, preparate, resilienti, previdenti. Non lo è mai stata e difficilmente lo diventerà per decreto. 
Governare significa anche conoscere questa materia imperfetta. 
La democrazia sa che l’uomo è imperfetto quando costruisce le proprie istituzioni, ma sembra dimenticarsene quando costruisce le proprie regole. 
Una democrazia dovrebbe avere, forse più di qualunque altra forma di governo, questa consapevolezza. Perché mentre un potere autoritario può limitarsi a pretendere obbedienza, una democrazia ha bisogno di qualcosa di più difficile: che le persone riconoscano una ragione nelle regole alle quali obbediscono. 
Quando la distanza tra le due cose aumenta, succede qualcosa di politicamente pericoloso. Non necessariamente una rivolta, e neppure una consapevole ribellione allo Stato. Molto più banalmente, si comincia a convivere con la trasgressione. Una regola ignorata qui, un obbligo aggirato là, un adempimento considerato inutile. E lentamente la legalità smette di essere percepita come un patto comune e diventa una specie di percorso a ostacoli nel quale ciascuno cerca di arrivare dall’altra parte. A quel punto abbiamo ottenuto il contrario di ciò che volevamo. Volevamo educare alla responsabilità e abbiamo educato all’elusione. È anche per questo che la questione della semplificazione è molto più seria della modulistica. 
Riguarda la fiducia.

Nel 2025, secondo l’OCSE, soltanto il 36% degli italiani dichiarava un livello alto o moderatamente alto di fiducia nel Governo nazionale, mentre appena il 22% riteneva che persone come loro avessero voce nelle decisioni del Governo. La stessa rilevazione registra una relazione particolarmente forte tra la percezione di avere voce e la fiducia nelle istituzioni. Naturalmente la fiducia non elimina i controlli. Una società complessa non può essere governata affidandosi alla buona volontà universale, anche perché la buona volontà universale non è mai stata censita in nessun Paese. 
Ma tra non controllare nessuno e sospettare preventivamente di tutti esiste uno spazio enorme nel quale una democrazia può scegliere come comportarsi. Può chiedere meno volte al cittadino di dimostrare ciò che lo Stato già conosce. Può utilizzare maggiormente dichiarazioni e autocertificazioni quando è possibile. Può spostare risorse dalla produzione dell’adempimento alla qualità del controllo. Può verificare seriamente e sanzionare severamente chi tradisce il patto senza costruire l’intero sistema sull’ipotesi che tutti intendano tradirlo. Sarebbe persino un modo più esigente di intendere la responsabilità. Perché la fiducia non assolve. Responsabilizza.

C’è poi un’altra questione, forse ancora più delicata. Per molto tempo abbiamo chiesto sacrifici in cambio di un progresso che appariva abbastanza vicino da poter essere immaginato. Oggi chiediamo spesso sacrifici presenti in nome di benefici futuri, collettivi, qualche volta lontani una generazione. Può essere necessario. In molti casi lo è. Ma una politica responsabile dovrebbe sapere che la disponibilità degli uomini al sacrificio non è infinita. Non perché gli uomini siano cattivi. Perché sono uomini. Hanno una sola vita e tendono, con una certa ostinazione, a volerla vivere.

Una democrazia che dimenticasse questo dato elementare rischierebbe di diventare impeccabile nei principi e insopportabile nell’esperienza. Continuerebbe a produrre norme giuste, finalità giuste, procedure giuste e potrebbe scoprire troppo tardi che una parte crescente delle persone alle quali erano destinate ha smesso di riconoscervisi. 
Il punto non è diminuire i diritti. E neppure rimpiangere società nelle quali chi aveva più forza, denaro o istruzione disponeva di possibilità negate agli altri. Sarebbe una regressione, non una semplificazione. Si tratta piuttosto di recuperare una misura. Probabilmente una democrazia può permettersi, ogni tanto, persino un passo indietro. Non dalla libertà, non dall’uguaglianza davanti alla legge, non dalla protezione dei più deboli. Un passo indietro dalla pretesa di accompagnare ogni comportamento con una prescrizione, ogni rischio con una procedura, ogni responsabilità con una dichiarazione che certifichi di averla compresa.
Ci sono momenti nei quali arretrare di un metro significa vedere meglio il paesaggio.

Ed è proprio guardando quel paesaggio che vale la pena spingere il ragionamento fino al suo limite, quasi fino all’iperbole. Non per cercare altrove modelli da imitare, tantomeno per mettere sullo stesso piano una democrazia imperfetta e un sistema autoritario. Ma perché una democrazia dovrebbe avere il coraggio di chiedersi anche che cosa possa apparire, agli occhi di chi non ne sopporta più la fatica, più semplice, più efficace, persino più rassicurante. Le alternative alla democrazia non diventano democratiche perché qualcuno comincia a desiderarle. Restano quello che sono, con il loro carico di libertà negate e di potere sottratto al controllo dei cittadini. Ma proprio per questo sarebbe imprudente ignorare le ragioni per le quali possono tornare ad esercitare attrazione. È a questo punto, e soltanto a questo punto, che compare Vladimir Putin. 
La Russia di oggi presenta caratteristiche autoritarie ampiamente documentate: concentrazione del potere, limitazioni della competizione politica, repressione del dissenso e restrizioni dello spazio informativo. Sono condizioni che impongono particolare cautela nel leggere qualunque rilevazione del consenso politico russo.

Eppure un dato merita di essere osservato proprio senza trasformarlo né in assoluzione né in propaganda. Nell’agosto 2026, secondo una rilevazione del Levada Center, istituto russo di ricerca sull’opinione pubblica inserito dalle stesse autorità russe nel registro dei cosiddetti “foreign agents”, l’approvazione dell’operato di Putin raggiungeva il 76 per cento, contro il 18 per cento di disapprovazione. Lo stesso sondaggio mostra differenze significative a seconda delle condizioni economiche e delle fonti di informazione utilizzate dagli intervistati. Il dato, dunque, non dice quale sarebbe il consenso di Putin in un sistema politico aperto e competitivo. Dice però che non è prudente spiegare un fenomeno così complesso con una sola parola. 
I poteri autoritari non vivono soltanto di coercizione. Possono costruire consenso anche intorno a promesse di ordine, sicurezza, identità, stabilità, protezione, capacità di decidere. Comprenderlo non significa condividerlo. Significa evitare la rassicurante convinzione che la libertà, una volta conquistata, basti da sola a rendersi desiderabile per sempre. 
La democrazia conserva qualcosa che nessun uomo forte può garantire allo stesso modo: la possibilità di dissentire dal potere, di limitarlo, di sostituirlo, di essere minoranza senza per questo diventare un nemico. Ma proprio perché questo patrimonio è prezioso, non dovrebbe essere utilizzato come risposta automatica a ogni insoddisfazione dei cittadini. 
La libertà ha bisogno anche di essere abitabile. E forse è questo il punto sul quale le democrazie contemporanee dovrebbero tornare a misurarsi. Non con Putin, che appartiene a un’altra concezione del potere. Con se stesse. Uno Stato che considera adulto il proprio popolo può pretendere responsabilità senza trasformare ogni cittadino in un sospettato. Può stabilire regole senza immaginare che la quantità delle regole misuri la qualità della convivenza. Può proteggere senza occupare ogni spazio della vita. 
Può, soprattutto, fare la prima mossa. Fidarsi. Perché la fiducia nelle istituzioni difficilmente potrà essere ricostruita continuando a chiedere ai cittadini di fidarsi di uno Stato che, per primo, sembra avere smesso di fidarsi di loro. E se un giorno la semplicità promessa da un uomo forte dovesse apparire più desiderabile della complessità della libertà, sarebbe troppo comodo dare tutta la colpa agli uomini. 

Prima, almeno, converrebbe domandarsi che cosa abbiamo fatto della loro democrazia.